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Perché non Hank Williams, o Jimmy Rodgers, o Johnny Cash? O Billy Lee Riley, o Jerry Lee Lewis? Semplice – perché Frank Sinatra non se lo sarebbero aspettati in molti – e invece Bob Dylan, che sarà anche del segno dei Gemelli (e quale, se no?) ma quando ci si mette scommettiamo che abbia come ascendente qualcosa tipo il Capricorno o il Toro, davvero non lo smuovi di un millimetro quando si mette in testa qualcosa. Con tutta quella gente che nei decenni si è azzardata a dire o che non sa cantare (che ridere!) o che ha una voce sgraziata (che ridere atto II!!) o che lo ha sfottuto senza un minimo di pietà per la molto presunta mancanza di qualità vocali (il che ridere è all’atto terzo!!!), il più punk di tutti cosa si inventa se non un disco tutto Frank Sinatra, del quale è annunciato il sequel probabilmente verso il febbraio 2016? Shadows In The Night – prender o lasciare, tanto alla fine ha (quasi) sempre ragione lui.

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Se il disco, per quanto vale la nostra opinione, sembra uno sfizio con comunque momenti più che interessanti – dal vivo tutto prende il volo e dà più senso all’operazione. Non arrovellarsi troppo nel capire perché il tour vero di Shadows In The Night cominci molti mesi dopo l’uscita dopo l’album, è semplicemente la solita, eccentrica cabala dylaniana – quello che davvero è al centro del tutto è la performance – e che performance! Venti pezzi, dei quali ben sette “made in Frank Sinatra” (un paio sono anticipazioni del Vol. 2) – chi lo avrebbe preventivato fra chi lo seguiva nel tour del 1966, nel tour della Rolling Thunder Revue, in quello coi gli Heartbreakers o, ancora, con i Grateful Dead? Davvero pochi, diremmo nessuno.

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Il messaggio sembra essere, visto che Bob Dylan fra tutti i pregi qui ce lo immaginiamo anche po’ permaloso e a volte pure con la coda di paglia, «Mi avete additato come un pessimo cantante? Bene, beccatevi Frank! Non un brano o due, ma due album interi e quasi mezzo concerto di tutti gli spettacoli di (finora) un’intera tournée!» – e a quasi settantacinque Primavere, tutte floride, inchioda una performance vocale che stende tutti nel nome di un Sinatra rivisitato, non fosse altro che a cantare The Voice sia la voce criptica ma bellissima del Bob Dylan 2015. In poche parole, smentisce denigratori e spiazza fanatici – ed è così che Bob Dylan, in verità, lo vogliamo. Ci provi qualcuno a smontare le sfumature armoniche che Dylan sfodera in Wy Try To Change Me Now – già nel disco l’episodio più fulgido – The Night We Called It A DayMelancholy Mood – che solletica già le papille gustative in attesa che sia pubblicata “on record” – oppure Autumn Leaves, che da queste parti, presentate così, le portiamo a casa senza obiezioni a rimpinguare il già ricchissimo tesoro che abbiamo messo da parte in cinque decenni bollati Zimmerman. Esatto, ci provi – che quel qualcuno va al tappeto in pochi istanti.

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I suoi pezzi, quelli “written by Bob Dylan”, per l’occasione sembrano messi lì in penombra – quasi a non voler dare fastidio a quelli tratti dal repertorio di Mister Frank – a proposito, in Chronicles, Vol 1 (2004) vi sono pagine piene di brivido dedicate a Ebb Tide, successo dei tardi anni Cinquanta dell’uomo dal braccio d’oro: chissà come mai in tutta questa ampia dylanesque operazione Sinatra 2015/16 non sia stato preso in considerazione. Ah, la cabala dylaniana! Dicevamo, i suoi pezzi – oramai è più questione di come farli, non più di sfida nel cambiare le scalette. I brani suoi da un bel po’ sono sempre quelli, fra Things Have ChangedBeyond Here Lies Nothing – chissà perché, è sempre parso un simpatico ammiccamento a Tom Waits – She Belongs To MePay In BloodTangled Up In BlueHigh Water (For Charley Patton)Spirit In The WaterScarlet TownLong And Wasted Years – che peccato che abbia perso il frastornante tiro che rammentiamo avere in Tempest (2012) e in tante versioni “live on stage” del 2013 – finché si arriva alla fine con Blowin’ In The Wind, meravigliosamente freddata fra jazz e una musica che non sappiamo distinguere ma che si scrolla di dosso tutti i cliché che quel brano si porta appresso, e Lovesick: epilogo dove l’eterno ritorno dylaniano è sempre diverso ma non lascia spazio ad altre interpretazioni se non la sua.

CICO CASARTELLI

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