Il volo

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È sulle navi che bisogna cercarli, i picchettini. Sulle navi in porto. E bisogna sapere dove cercarli, perché non sono in vista. Il loro lavoro non ha nulla a che fare con l’aria aperta e il salmastro, l’azzurro e lo iodio. Ha a che fare, piuttosto, con il sottosuolo, la claustrofobia, la miniera.

Picchettino è una parola che si trova su pochi vocabolari (a parte la declinazione del verbo picchettare), e nemmeno interrogando Internet si trovano risposte esaurienti; secondo l’INAIL si tratta della qualifica professionale classificata con il numero 709. Così inizia il libro di Rudi Ghedini, dedicato alla tragedia della Mecnavi. Era il venerdì 13 marzo del 1987, l’evento fu scatenato da un incendio nella stiva n. 2, le esalazioni della combustione causarono la morte per asfissia dei 13 operai impegnati nel cantiere di manutenzione.

L’imbarcazione, appartenente al compartimento marittimo di Trieste, era una nave cisterna di fabbricazione norvegese adibita al trasporto di gas GPL. Da alcuni giorni era stata tirata in secco in un bacino di carenaggio del porto di Ravenna.

Gli eventi agghiaccianti dell’Elisabetta Montanari si condensano nello spazio dei doppifondi della nave, dove i picchettini lavorano usando palette, spazzole e raschietti, stracci. Nel soprastante cantiere, un carpentiere usa la fiamma ossidrica. Per fare in fretta, nessuno di loro è stato informato delle operazioni che avvengono in contemporanea. Tra i morti un cassintegrato, tre giovani al primo giorno di lavoro, un uomo al suo ultimo giorno di lavoro. I responsabili del cantiere corsero a casa dei dipendenti per recuperarne libretti, per tentare di metterli in regola. “La tutela? Sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo. Per la mia attività ho bisogno di gente elastica, disponibile a fare lo straordinario senza troppe storie. Paghiamo penali enormi per i ritardi delle consegne.”

Domenico Mazzotti, morto sul lavoro nel marzo del 1947, ha insistito perchè si raccontasse questa storia. La sua foto, la sua bella faccia, forte, con una espressione serena e un accenno di sorriso, è visibile appesa a un muro sotto l’unica gru rimasta in piedi nella darsena di città. Lui, assieme a Marco Saporetti, morirono in quel fabbricato il cinque marzo del 1947 e sulla loro targa commemorativa c’è scritto che furono vittime del lavoro. Vittime del lavoro, un ossimoro parlante, che semplifica e nasconde l’oltraggio intentato alle singole vite. Purtroppo la lapide è rotta e la foto di Marco non c’è più.

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Il volo 2 - leggera

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Tahar Lamri e Luigi Dadina, nati rispettivamente il 24 e il 25 dicembre del 1958, il primo ad Algeri, il secondo a Ravenna, hanno deciso di tenere, assieme a tre musicisti, una Conferenza sul Marzo per raccontare di fabbrica, porti, lavoro, incidenti, cormorani, nebbia semafori in cammino, morti che continuano a parlarci.

Inoltre: domenica 15 alle ore 17 alla saletta Mandiaye N’Diaye del teatro Rasi si svolgerà l’incontro Porti e profili terrestri con Franco Farinelli Geografo e docente dell’Università di Bologna, Stefano Soriani, Geografo economico dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Mario Angelo Neve, Professore associato di Geografia culturale e Geografia del Mediterraneo all’Università Alma Mater Studiorum sede da Ravenna, Franco Masotti musicologo e direttore artistico di Ravenna Festival e la scrittrice Igiaba Scego. L’incontro sarà moderato da Tahar Lamri.

13-15 novembre – Ravenna, Teatro Rasi, via di Roma 39 – info: 0544 30227, teatrodellealbe.com

 

 

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