Temporelli

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Andrea Temporelli non è uno scrittore di cui parlano le riviste, le radio, le televisioni. Non è un volto noto, le sue opere non finiscono sugli scaffali dei supermercati, o nelle edicole o nelle librerie-bar-enogastronomie; nei titoli dei suoi libri la parola “vita” non la si trova; la sua raccolta di poesia più importante, pubblicata da Einaudi, s’intitola Il cielo di Marte; ed è difficile immaginare un sigillo più eloquente alla palese, voluta estraneità di questo Autore poco più che quarantenne alle dinamiche del sistema  e del mercato editoriale italiano. Come se collocarsi al margine dell’establishment letterario italiano dovesse significare per forza dover subire lo stigma di una condizione di marginalità, residualità, emarginazione, isolamento, e non contribuire invece a delineare un luogo dove progettare, un luogo di trasformazione e di conoscenza, dove si può difendere una propria alterità creativa proprio perché si è meno soggetti alla spinta omologante che il Centro esercita a ogni livello. Difendere i margini per chi fa arte, poesia, allora può equivalere alla resistenza che i contadini del sud del mondo esercitano nei confronti delle multinazionali che vorrebbero imporre le loro sementi e dunque una monocultura tendente a uniformare la grande ricchezza di colture possibili. L’editoria italiana di questi anni sembra proprio comportarsi come quelle multinazionali: trova una linea di prodotti su cui investire il massimo delle risorse, e con questi riempie tutte le terre colonizzabili. Ecco allora che giriamo per le librerie, nelle grandi città e nei piccoli centri di provincia, e sulla soglia troviamo a riceverci sempre gli stessi autori e gli stessi editori con i loro prodotti impilati in scaffalature torreggianti che sbarrano il passo e urlano le loro sovracoperte ipercolorate… Se si riesce  a trovare, com’è successo al sottoscritto l’altro giorno in una cittaduzza del lago Maggiore, una vecchia cartolibreria che dall’anno della sua apertura (anni ’70-‘80 del secolo scorso? o prima ancora?)  pare rimasta intoccata negli arredi, nell’illuminazione, nell’aspetto stesso del libraio (con spesse lenti, un po’ canuto, per quanto non vecchio, magro asciutto, dal quale si diffonde un odore lieve misto di polvere e sudore), che ti sciorina subito, all’ingresso, dei fondi di magazzino anni ‘80-‘90 sui quali campeggiano etichette incoraggianti come “€ 2”, e incellophanature antiche quanto l’anno di edizione del libro, sembra di entrare nell’armadio di Narnia, o nel mondo di Alice… Ciò che il mercato non può fare, almeno per ora, è eliminare certe sacche di poesia e alterità come questa libreria o come, fuori invece da ogni probabilmente consolatoria rêverie provinciale da “buone cose di pessimo gusto” e anzi nel cuore stesso della problematica contemporanea, certi autori come il Temporelli suddetto, o certe piccole e agguerritissime case editrici come Ladolfi, o la stessa Guaraldi.

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Tutte le voci...

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Tuttavia, nonostante la refrattarietà del mercato editoriale, nel momento in cui un Autore come questo, poeta e critico finissimo,  pubblica un romanzo, qualcosa sembra accadere. Un noto scrittore e critico come Tiziano Scarpa gli dedica una quarta di copertina a dir poco entusiasta, e ne scrive e riscrive sul sito della rivista Il primo amore, diretta, tra gli altri, da Antonio Moresco. Qual è il punto? Che Scarpa considera il libro, “un romanzo importante, una storia che sprizza inventiva, divertimento, serietà, disperazione, intelligenza. Un romanzo vero. (…) Un giorno potrò dire con fierezza e profonda soddisfazione di avere presenziato alla sua nascita editoriale dal cantuccio prestigioso della quarta di copertina”; e che l’Autore “sa intrecciare trame e personaggi con la maestria di Ammaniti e l’umanità di Cechov (…) e io sono orgoglioso di consigliarvi la lettura di questo romanzo bellissimo”. Ma, nonostante questo, le grandi case editrici non hanno minimamente preso in considerazione la pubblicazione di quest’opera. Sulla questione interviene, con toni apocalittici, dal quotidiano La Voce di Romagna, in una Lettera aperta su un caso editoriale. Caro Tiziano, la cultura è morta, anche Davide Brullo, direttore della collana di Guaraldi che ospita il romanzo. Qui Brullo se la prende con la cecità dell’industria editoriale italiana che snobba un’opera come questa; e in parte, al netto di una stima evidente che percorre tutto lo scritto, anche con Scarpa stesso al quale, dopo aver riconosciuto il merito di essere “un’aquila” per aver saputo riconoscere un’opera meritevole, pone la seguente questione : “Caro Tiziano, in molti ti attribuiscono la scoperta di Antonio Moresco, che hai portato, con Gli esordi, in Feltrinelli. Cosa ne è stato però del tuo formidabile fiuto editoriale? Fuffa. Il primo romanzo di Temporelli, autore, tra l’altro, non certo ignoto (dieci anni fa si è mostrato come poeta per Einaudi, è stato tra i promotori della rivista militante “Atelier”), è stato letteralmente ignorato dalle case editrici che contano e dalla sfilza di agenti letterari che fanno il grano”. A questo punto d’infervoramento il dibattito non si spegne, anzi;  puntualmente Scarpa risponde su Il primo amore, riconoscendo in generale la giustezza delle istanze di Brullo, e termina  (per ora) con una bizzarra mossa “pubblicitaria” a favore del romanzo da parte dello stesso Scarpa, che presenta, qualche giorno dopo, sotto la copertura di un titolo osè (il quale promette niente di meno che un’inchiesta sui costumi sessuali nell’alto milanese), come Sesso sfrenato a Saronno. Il reportage di un’esperienza personale, il richiamo invece, ad apertura di link, a quelle pagine che ospitano i precedenti interventi in favore del romanzo di Temporelli.

Tutto questo mi è sembrato così  significativo ed emblematico che ho ritenuto di doverne parlare qui, anche in assenza di un discorso specifico sul testo – che magari proporrò più avanti. Trovo questa vicenda emblematica perché restituisce in maniera peculiare, precisa, con l’immediatezza della ferita fresca, appena inferta, il senso della distanza incolmabile che intercorre tra cultura mediatica e cultura non mediatica; tra spettacolo della cultura e azione, o lavoro, culturale; tra consumo e valore dell’opera, di qualsiasi opera.

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FRANCO ACQUAVIVA

 

Andrea Temporelli, Tutte le voci di questo aldilà, 2015, 259 p., brossura – Guaraldi (collana “I Nazirei”), € 14,90

5 Commenti

  1. Buongiorno Franco Acquaviva,
    sono contento di questa attenzione dedicata al romanzo di Andrea Temporelli; la merita sicuramente. Ma alla sua ricostruzione manca un pezzo, per me importante: la lunga e, mi pare, piuttosto accurata e “seria” analisi critica del romanzo, che ho tentato di fare in questo intervento:
    http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article3419
    Non tutto, insomma, è quarta di copertina e mosse esteriori. Ma forse la mia lettura critica le è sfuggita.

    Non ho capito in che senso lei dica:
    “Trovo questa vicenda emblematica perché restituisce in maniera peculiare, precisa, con l’immediatezza della ferita fresca, appena inferta, il senso della distanza incolmabile che intercorre tra cultura mediatica e cultura non mediatica; tra spettacolo della cultura e azione, o lavoro, culturale; tra consumo e valore dell’opera, di qualsiasi opera.” Si riferisce alla mia quarta di copertina + dialogo fra me e Brullo + scherzo tirato ai lettori con post sul sesso a Saronno? Ovvero: secondo lei queste cose sarebbero un esempio di “cultura mediatica” o di “cultura non mediatica”; di “spettacolo” o di “lavoro culturale”? Mi scusi se glielo chiedo, ma dalle sue parole non è abbastanza chiaro.

    Ma se per caso giudicava negativamente il comportamento di me e Brullo ecc., le ripeto che alla sua ricostruzione manca il pezzo per me più importante, ossia la mia lunga analisi critica sul libro, oltre al fatto ancora più importante che Brullo è stato l’unico attivista editoriale (insieme ovviamente all’editore stesso) che ha portato alla luce il libro di Temporelli pubblicandolo.
    Ma magari invece lei si riferiva ad altro (mi scusi, ma le sue righe che ho citato sono un po’ sibilline).

    Per quanto mi riguarda, si può perfino permettersi di essere mediaticamente esteriori e scherzosi una volta che si è dato forma a una sostanza solida: nel mio caso, immodestamente, penso che l’accuratezza, il rispetto e l’ammirazione – e anche il tempo che ci ho dedicato – che ho dimostrato con quella mia scheda di lettura mi dia il permesso, poi, di “combattere” anche con mezzi più superficiali per far conoscere il romanzo di Temporelli: infatti, se si “pubblica” un libro lo si fa, per l’appunto, per renderlo “pubblico”, ossia per diffonderlo, per farlo arrivare nelle mani dei lettori che potrebbero apprezzarlo; altrimenti è inutile poi lagnarsi se le librerie sono occupate militarmente da libri scadenti, non crede?

    Quanto allo scherzo che ho tirato ai visitatori del sito (“Sesso sfrenato a Saronno”), ne avevo già fatto uno simile tempo fa: avevo scritto un intervento sulla situazione della discussione parlamentare sulle proposte di legge che riguardano la tortura, e, siccome i visitatori di quel post secondo me erano troppo pochi rispetto all’importanza del tema, li ho attirati con un post dal titolo “Pratiche sessuali particolarmente fantasiose”:
    http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article2843
    cliccando il quale il visitatore veniva preso un po’ in giro per esserci cascato. Come a dirgli: lettore, ti basta vedere un titolo che prometta di parlare di sesso, e tu clicchi subito, mentre trascuri argomenti che forse sarebbero degni di maggiore interesse.

    Ad ogni modo, i post sul romanzo di Temporelli, anche senza questo espediente, sono stati molto letti, e ne sono contento.

    Grazie ancora
    Tiziano Scarpa

    • Buongiorno gentile Tiziano Scarpa,

      ha ragione, non ho fatto cenno, e di ciò davvero mi scuso, alla sua dettagliata analisi del romanzo; analisi che ho letto e molto apprezzato su “Il primo amore”.

      C’è un passaggio, nel mio intervento, dove scrivo che: “Tiziano Scarpa gli dedica una quarta di copertina a dir poco entusiasta, e ne scrive e riscrive sul sito della rivista “Il primo amore.”

      In quel “ne scrive e riscrive” non era mia intenzione comprendere, riduttivamente, la sua analisi, ma mi rendo conto ora che, non avendola citata in altre parti del pezzo, quello può essere sembrato un cenno fin troppo sbrigativo; tuttavia mi creda se le dico che da parte mia non c’è stata alcuna intenzione malevola. Sì è trattato di una colpevole omissione.

      Per quanto riguarda la conclusione del mio pezzo: io credo che l’intervento suo e di Brullo siano stati di fondamentale importanza, dal momento che hanno preso una posizione in contrasto rispetto al “mainstream” dell’informazione culturale.

      Lavoro, o azione culturale veri, concreti, efficaci perché appassionati e criticamente armati (e non “spettacolo della cultura”) si possono considerare – a mio modesto parere – i suoi interventi e quello di Brullo, che hanno avuto il pregio di focalizzare l’attenzione su di un’opera il cui valore non è misurabile solo in termini di consumo e di successo (successo che naturalmente auguro con tutto il cuore al romanzo di Temporelli).

      Per quanto riguarda infine il cenno all’escamotage del “sesso sfrenato a Saronno”: a parte l’uso del termine “bizzarro”, mi sembra di non aver calato giudizi di alcun genere sulla sua operazione; che anzi, da uomo di teatro quale sono, ho apprezzato non poco: mi è sembrato un modo molto efficace – un’abile finta da attore, un prologo nel bordello per introdurre la recita in paradiso, uno sgambetto al voyerismo dello spettatore-lettore ecc. – per portare l’attenzione, con la giusta dose di humour, là dove era necessario.

      Grazie a lei dell’attenzione
      Con stima
      Franco Acquaviva

    • Buonasera gentile Tiziano Scarpa,

      ha ragione, non ho fatto cenno, e di ciò davvero mi scuso, alla sua dettagliata analisi del romanzo; analisi che ho letto e molto apprezzato su “Il primo amore”.

      C’è un passaggio, nel mio intervento, dove scrivo che: “Tiziano Scarpa gli dedica (al romanzo di Temporelli) una quarta di copertina a dir poco entusiasta, e ne scrive e riscrive sul sito della rivista “Il primo amore.”

      Con quel “ne scrive e riscrive”non era mia intenzione far riferimento alla sua analisi, tuttavia il fatto di non averla poi citata, com’era giusto, nel corso del pezzo, può aver dato l’impressione che ne volessi sbrigativamente dare cenno in quel modo poco rispettoso. Non è così; si è trattato di un’omissione, magari colpevole, ma involontaria, di cui ancora mi scuso.

      Per quanto riguarda la conclusione del mio pezzo: io credo che l’intervento suo e di Brullo siano stati di fondamentale importanza, dal momento che hanno preso una posizione in contrasto rispetto al “mainstream” dell’informazione culturale.

      Lavoro, o azione culturale vera, concreta, efficace perché appassionata e criticamente armata (e non “spettacolo della cultura”) si possono considerare – a mio modesto parere – i suoi interventi e quello di Brullo, che hanno avuto il pregio di focalizzare l’attenzione su di un’opera il cui valore non è misurabile solo in termini di consumo e di successo (successo che naturalmente auguro con tutto il cuore al romanzo di Temporelli).

      Per quanto riguarda infine il cenno all’escamotage del “sesso sfrenato a Saronno”: a parte l’uso del termine “bizzarro”, mi sembra di non aver calato giudizi di alcun genere sulla sua operazione; che anzi, da uomo di teatro quale sono, ho apprezzato non poco: mi è sembrato un modo molto efficace – un’abile finta da attore, un prologo nel bordello per introdurre la recita in paradiso, uno sgambetto al voyerismo dello spettatore-lettore ecc.- per portare l’attenzione, con la giusta dose di humour, là dov’era necessario.

      Grazie a lei dell’attenzione
      Cordiali saluti
      Franco Acquaviva

  2. Grazie mille!
    Posso darti del tu?
    Sono io che avevo capito male. Il tuo intervento era a tratti non perfettamente chiaro.
    In particolare, quello che mi aveva fatto dubitare era questo passo:

    “Trovo questa vicenda emblematica perché restituisce in maniera peculiare, precisa, con l’immediatezza della ferita fresca, appena inferta, il senso della distanza incolmabile che intercorre tra cultura mediatica e cultura non mediatica; tra spettacolo della cultura e azione, o lavoro, culturale; tra consumo e valore dell’opera, di qualsiasi opera.”

    A che cosa si riferisce – mi sono detto – quella “ferita fresca, appena inferta”? E’ stato quel “fresca”, quell’ “appena” a sviarmi: perché la ferita subita da Temporelli, a ben vedere, non è “fresca”: è stata inferta un po’ di tempo fa, quando il libro non è stato pubblicato dalle case editrici grandi e meno grandi che lo hanno avuto fra le mani. Semmai, “fresca” è la medicazione, benemerita, dell’editore Guaraldi e del curatore di collana Brullo, che lo hanno dato alle stampe.
    Insomma, non mi tornavano i conti, perché ho letto in maniera troppo letterale alcune tue frasi, tutto qui.

    Mi ero detto, dopo aver letto il tuo intervento: il libro è “appena” stato pubblicato, Brullo e io ne abbiamo “appena” parlato: forse Acquaviva si riferisce a noi due? Abbiamo “ferito” l’integrità artistica di Temporelli, con le nostre chiacchiere? Abbiamo sbagliato nei toni? Abbiamo esagerato in spettacolarismo, per ottenere un po’ di attenzione su un libro di valore? Nota bene: sono domande che pongo innanzitutto a me stesso, perché a volte – lo riconosco! – per contrastare la propaganda dedicata a libri inconsistenti, si finisce per adottare metodi analoghi: certo, lo si fa in piccolo, con mezzi minoritari, ma può succedere che, nel farlo, si compia un torto verso libri che andrebbero trattati con delicatezza estrema, e tenuti alla larga da logiche di lancio esteriori, iperboliche, fracassone (ma, d’altra parte, c’è un contro-corollario: a forza di essere modesti, di praticare l’understatement, di moderare i toni, si concede all'”avversario” il dominio completo della comunicazione efficace, attraente, colorata, e ci si autocolloca in un cantuccio umbratile: onesto sì, ma del tutto invisibile…).

    Perciò ti avevo chiesto se per caso ti era sembrato che Brullo e io avessimo fatto qualcosa di troppo spettacolaristico: e la mia era una domanda vera, sincera, disposta all’autocritica, non polemica: infatti, capita di sbagliare in buona fede (e non per questo gli sbagli sono meno gravi), e magari Brullo e io avevamo sbagliato qualcosa. Ma se mi dici che il mio dubbio era infondato, provo sollievo.

    Grazie della risposta, e buon anno!
    Tiziano Scarpa

  3. Ciao Tiziano,

    certo, diamoci del tu, e perdona per il tempo intercorso dalla tua risposta. Sono giorni in cui l’abitudine alla seduta quotidiana al computer si è notevolmente allentata per via delle feste e di un problema familiare non piccolo.

    Ti rinnovo il ringraziamento per l’attenzione rivolta al mio post. Per entrare nel merito: sì, è vero, quel “fresca” e quel “appena inferta” (intendo la “ferita”) per un mio errore di cronologia si riferiva al rifiuto delle grandi case editrici e non certo alla presa di posizione- ripeto benemerita – tua e di Brullo.

    Credevo che quello fosse stato l’ultimo atto della storia, non avevo considerato che doveva esserne stato necessariamente il primo.
    Tutto qui – buon lavoro
    Saluti
    Franco

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