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Aveva ragione Little Steven – The River era meglio nella prima versione, quella che si doveva intitolare The Ties The Bind ed era prevista in uscita nel 1979. Sempre Miami Steve racconta di un Bruce Springsteen altamente confuso durante quelle estenuanti session di quasi un anno e mezzo – e, in effetti, almeno alle orecchie di chi scrive, The River è l’anello debole del periodo springsteeniano classico, quello 1973-1987. Sarà che la carne al fuoco fu molta, troppa, sarà pure che a volte il testosterone musicale di BS è fuori delle orbite. Beninteso, non che il doppio originale non avesse grandi, grandissimi momenti – il pezzo guida, Independence Day, Wreck On The Highway, Point Blank, The Price You Pay – però è pur vero che ha una prolissità di fondo che spalmata in due dischi mostra seri limiti. Detto in parole chiare, The River non ha il valore dei grandi doppi della storia del rock – quello dei Freak Out, dei Blonde On Blonde, degli Exile On Main St, dei The Beatles, dei Physical Graffiti, dei Trout Mask Replica – non ne possiede lo smalto né la possibilità artistica. Semmai, fu un American Graffiti scritto ex novo in bianco & nero, figlio di Dion ma senza lo stesso irraggiungibile stile di Dion (a proposito, nello stesso periodo DiMucci regalava due album cannonata come The Return Of The Wanderer e Inside Job, da far subito vostri se non li avete) e figlio di ciò che fu fino a quel momento la musica americana post Elvis/Chuck Berry. Non è poco, ed è lampante – ma non è nemmeno la salvezza del rock & roll che molti, con tanto eccessivo fervore, vanno dicendo.

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Ascoltato The Ties The Bind, distillato di The River in dieci pezzi, subito balza all’orecchio come il tutto sia conseguenza diretta di Darkness On The Edge Of Town – profuma di New York e zone limitrofe, è gravido della new wave che nella Grande Mela ferveva fin da che anni prima apparvero le New York Dolls per poi regalare al mondo il Patti Smith Group, i Ramones, Richard Hell & The Voidoids, i Television, i Blondie, i Suicide, per assurdo anche i Talking Heads (esiste qualcosa di più antitetico di BS che David Byrne?) – anche se è teoria del yours truly che la matrice di tutti quei fermenti furono gli inarrivabili Blue Öyster Cult. Tant’è. The Ties The Bind è un bel turbine di nemmeno quaranta minuti e la sensazione che regala è quella opposta a quanto trasmette l’ascolto di The River – nel primo vi è urgenza, nel secondo smarrimento e anche disordine. I pezzi che divergono maggiormente sono di certo You Can Look (But You Better Not Touch), qui meno muscolosa ma con un gran tiro punk-abilly, e Stolen Car, che ci guadagna nell’arrangiamento pianistico – ma è tutta la tela che discorda rispetto a The River, profittandone e pure di molto, vedi per esempio la gran figura che fanno gli innesti di noti “scarti” come Be TrueLoose Ends e soprattutto quel bel carillon di Cindy.

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Bruce Springsteen fotografato da Frank Stefanko
Bruce Springsteen fotografato da Frank Stefanko

Il sottotitolo del possente box set (quattro CD e due DVD) è The River Collection, pertanto vi è di che scavare oltre al vecchio The River e a The Ties The Bind – ossia un’intero CD di ventidue brani per buona metà inediti veri mentre l’altra fra bootleg, il box set Tracks pubblicato nel 1998 e l’antologia The Essential del 2003 era già nota. L’ascolto è monolitico e anche un po’ monocorde, dove la E Street Band è mostrata bifronte: molto autorevole, com’è innegabile, e altrettanto smalto rock che copre l’istinto un po’ meccanico del leader. Non mancano certamente episodi che lasciano il segno – primo fra tutti Chain Lightning, a memoria la prima orma della passione di Bruce per i Suicide che tranquillamente si fissa fra il meglio dei tanti inediti che il Boss ha disseminato nel corso degli anni – una dedizione Suicide che si riscontra in tutta una serie di composizioni del nostro man made in NJ quali I’m On FireTougher Then The RestOver The RiseState TrooperThe KlansmanStreets Of PhiladelphiaSad EyesTwo Faces57 ChannelsMy Hometown, solo per nominarne alcune. Altro momento clou è certamente Stray Bullet – rarefatta ballata pianistica con tanto di falsetto che anticipa lo Springsteen più intimista di lustri avanti e che, altrettanto, è chiaramente ispirata a Van Morrison – e non un caso, visto che sempre in tema The RiverDrive All Night è in chiaro cliché della morrisoniana Madame George. Il resto di The Ties That Bind/The River Collection è per lo più una festa, anzi, un Party Lights come il titolo di uno degli inediti, nel nome di Bruce Springsteen & The E Street Band – gli innamorati del verbo, ammaliati lo saranno ancora di più, quelli che dubitano, e ce ne sono molti in giro, nonostante la pesante messe di questo curatissimo box set, difficilmente cambieranno idea.

CICO CASARTELLI

BRUCE SPRINGSTEEN – The Ties That Bind/The River Collection (Columbia/Sony)

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