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Giant Sand – una storia di musica importante, di quelle vere, di quelle che le loro cose le ascolti perché dai peso a quello che stai ascoltando. Heartbreak Pass, l’album di quest’anno, è il disco che mette rettifica a tutto questo, con conoscenti vecchi e nuovi (Grant-Lee Phillips, Grandaddy, Steve Shelley, John Parish, Common Linnets, il ritrovato Winston Watson) – senza scordare anche conoscenze italiane (Vinicio Capossela e Sacri Cuori). Un lavoro che merita ugualmente delle sortite dal vivo degne anche se antinomia di trent’anni di Sabbia Gigante – poiché qualche volta il líder máximo Howe Gelb è stato biasimato, altresì dai suoi più convinti fiancheggiatori, di una certa volubilità quando su di un proscenio – sebbene bisogna sbrigarsi a spiegare che se di frivolezza si parla, trattasi di quella di un musicista a dir poco acutissimo («Non mi piace fare le prove perché mi sembra di imbrogliare – è pieno di band che fanno le prove e sono lì a fregarvi», raccontava solo qualche mese fa).

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Non questa volta, però, poiché Howe e i suoi attuali assistenti euro-yankee, portano dritti a un bel giro in giostra di quelli che ossequiano una storia di arte vera come la loro – quella che in pezzi leggendari come Shiver – presentata con il tipico teatro di Howe, «Cosa non volete sentire stasera?» – Chunk Of Coal – piano e voce per cuori solitari innamorati di Hoagy Carmichael e di Randy Newman – Forever And A DayParadise Here Abouts – questa in verità del repertorio solista di Gelb – perfino Tumble & Tear dritta dal primo album (e qui passa davanti l’integrale storia di una band rapsodica: i Giant Sand!), fino ai bei passaggi già fatti propri del nuovissimo sforzo (TransponderEvery Now And ThenHurtin’ Habit) – dicevamo, arte certa che non si fa sforzo a distinguere. Allegare, stringendo, poi uno strano e sottile pastiche giocato su Leonard Cohen dove affiorano brandelli di Boogie Street e di A Thousand Kisses Deep– e il bell’imbroglio Giant Sand è servito, con il solito gran gusto.

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In tutto e per tutto, vale quanto il sottoscritto ebbe a scrivere anni fa recensendo un disco dei Giant Sand – o era di Howe? Ah, la confusione del deserto del grande sud-ovest! – ossia che Howe Gelb è così estroso che, quale grandissimo jazzman di frontiera qual egli è, può suonare Hank Williams come lo farebbero i Black Sabbath e alla pari suonare i Black Sabbath come lo farebbe Hank Williams – tanto Howe lo fa sempre come se a combinare tutto ci fosse Thelonious Monk. Sempre il sottoscritto, di averlo scritto non se ne pente affatto – piuttosto, aumenta la posta. Per il resto, la parola ancora a Gelb sempre più a ruota libera: «Way up in the high desert, or down in anywhere france/Trains were built to remedy tracks laid out/At least give us half a chanceto/Deliver deliver deliver, a shiver» – come non provare sincero affetto per lui?

CICO CASARTELLI

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