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Entra in sordina, parlando, l’infermiera in pensione di Giulia Lazzarini nello spettacolo Muri – prima e dopo Basaglia di Renato Sarti in scena al Teatro della Cooperativa, a Milano. Entra da un angolo buio cui fa da contrappunto visivo un grande parallelepipedo foderato con quella che sembra juta, posizionato un po’ di sbieco rispetto alla prospettiva del pubblico. A sinistra emerge dalla pancia della struttura un tavolino, sul quale stanno posate una teiera e una tazza. Vediamo la Lazzarini in piedi, di fianco al tavolo, come intenta a ricordare qualcosa nella pausa di una routine domestica nella quale il servizio da tè pare elemento imprescindibile; come un richiamo all’immutabilità delle abitudini di chi non ha più un ruolo nella società. Eppure, altro che immutabilità, altro che abitudine. La vita dell’infermiera comincia a svolgersi davanti a noi con un racconto sulle condizioni di lavoro e di vita nel manicomio prima dell’arrivo di Basaglia, con numerosi dettagli sulle brutalità inflitte ai malati. È un racconto di forti contrasti: come quello che oppone l’osservanza ossessiva della più maniacale pulizia di finestre e pavimenti alle condizioni igieniche aberranti in cui vengono tenuti i degenti. Una lista degli orrori condita dalla banalità accidiosa tipica di ogni burocratica obbedienza, che dura grosso modo fino a quando vediamo apparire sulla scena della rievocazione il Franco Basaglia della rivoluzione psichiatrica, che cambia radicalmente le regole: «Prima dovevamo tener tutto chiuso; adesso aperto, aperto! Tutto aperto!».

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Franco Basaglia arriva a Trieste, nell’ospedale dove lavora la donna, e da quel momento nella vita di lei irrompe una nuova energia; i pazienti si mischiano ai medici, al personale, non si capisce più chi è matto e chi no, assemblee, nuove visioni, nuove pratiche; l’infermiera passa da una vita tutta famiglia e lavoro a una vita tutta lavoro e “movimento” (basagliano). Al barista triestino che esprime tutta la sua preoccupazione all’annuncio dell’apertura dei manicomi l’infermiera, nel cui locale lei e un gruppo di “matti” si recano in incognito ormai da settimane, risponde una cosa come:  «Ma se ce li hai qui già da un  po’ i matti e non te n’eri neanche accorto!». Da questo punto in poi capiamo come anche quello della donna diventi un percorso di consapevolezza progressiva: dalla violenza registrata come un dato di fatto, dalla reclusione e dall’esclusione, all’accettazione del malato come parte della comunità, come di qualcuno che ha dietro una vita, una storia. E i muri diventano qualcosa che hai nella testa, da abbattere con ancora maggior zelo di quelli del manicomio. Schemi che permangono a dispetto di tutte le rivoluzioni; muri, barriere con le quali devi fare i conti quotidianamente: è nel chiuso della nostra testa che dobbiamo lavorare per continuare l’opera iniziata con l’abbattimento materiale dei muri del manicomio, sembra suggerire il testo. È un rovesciamento (prima “fuori/dentro”, poi “dentro/fuori”) che troviamo anche in un altro punto dello spettacolo: quando il racconto si sofferma sul momento in cui l’infermiera, ormai convinta militante, va nella città dei “sani” a incontrare le scuole, le fabbriche; va insomma nel “territorio” a portare la buona novella del dialogo tra manicomio e città, e lì dentro, nella struttura sociale di quei luoghi, trova quasi una replica del manicomio che nel frattempo lei e gli altri hanno contribuito a distruggere.

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Il finale vede l’infermiera seduta in proscenio intenta a ripetersi ciò che può ancora migliorare di sé, dopo averci raccontato come si svolga ora la sua vita di pensionata, tutta dedita al volontariato a sostegno dei malati mentali. Persiste, nella mente dello spettatore, l’immagine potente del muro del manicomio come elemento fisico da abbattere, tradotto anche scenograficamente dal parallelepipedo sul quale a un certo punto vediamo apparire in silhouette due finestre con sbarre che richiamano un padiglione di OPP (e l’emersione del tavolo dalla pancia della struttura adesso diventa chiaro ulteriore segno di una contiguità memorial-spaziale tra spazio domestico e spazio di lavoro-vita) e dall’improvviso botto che arriva in sala (con qualche “ah” di spavento tra gli spettatori) quando la struttura di legno quasi crolla su se stessa in un punto cardine del racconto. Immagine, questa del muro da abbattere, che nello spettacolo, dopo l’entusiasmo della rivoluzione, si traduce in quella meno epica ma più esistenzialmente pregnante dei muri mentali che è necessario abbattere nella propria testa. Questo di Sarti è un testo che focalizza esemplarmente un passaggio storico di portata epocale nel soliloquio quasi dimesso di una piccola grande donna (Mariuccia Giacomini è il nome dell’infermiera – reale – dal cui diario Sarti ha ricavato il testo) che si trova a vivere in prima persona un importante pezzo di storia di questo paese, e non solo. La cerniera della biografia dà allo spettatore la possibilità di gettare lo sguardo direttamente sul prima e sul dopo che lo spartiacque dell’opera basagliana delinea, mentre l’autore integra con maestria le fonti documentali (il diario e l’intervista a Mariuccia Giacomini) con l’esigenza di verità scenica del personaggio. Quasi inutile dire la bravura di Giulia Lazzarini, e benché la lettura a leggìo di gran parte del testo limitasse un poco le possibilità di invenzione posturale o gestuale, tuttavia il lavoro scenico di questa grande attrice va aldilà di una categoria come “bravura”, così brutalizzata dall’abuso immeritocratico che ne fa la subcultura del talent show; piuttosto bisognerebbe usare le parole di un poeta, grande, come Umberto Fiori: «Per essere poeta occorre saper cantare (…) ma chi canta perde le sue bravure».

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FRANCO ACQUAVIVA

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Muri – prima e dopo Basaglia – visto sabato 5 dicembre 2015 al Teatro della Cooperativa, Milano

 

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