CREED (2)Nel 1951 lo scrittore russo Vladimir Nabokov, cittadino degli Stati Uniti dal 1945, scrisse in inglese l’autobiografico Parla, Ricordo (Speak, Memory), inaugurando con forza espressiva e malinconia irripetibili una vocazione al memoriale, poi sviluppata, in tono più scanzonato, dal Georges Perec di Mi Ricordo (Je Me Souviens, 1978), come dal Thomas Bernhard cupissimo e spietato di Un Bambino (Ein Kind, 1982), destinata a segnare in profondità tutta la letteratura della seconda metà del ‘900. Diventa interessante constatare come oggi, in un’epoca in cui ogni novità vede sfiorire il proprio carattere innovativo sotto il peso schiacciante delle stagioni precedenti, a cui tutti rimandano in un eterno e ciclico ritorno, lo scrittore tedesco Maxim Biller, occupandosi del profilo dell’ebreo polacco Bruno Schulz (altro letterato sempre convinto di dover recedere all’età aurea dell’infanzia, con i suoi stupori e le sue inevitabili meraviglie), abbia scelto di contraddire questa frenesia del ricordo – tipica di un momento storico sospeso tra il passato, sempre migliore per definizione, e un futuro, se non imperscrutabile, a dir poco incerto e confuso – attraverso il ritratto di un essere umano incapace, come tanti suoi coetanei, di lasciarsi alle spalle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene un po’ forzato, Taci, Memoria – il titolo italiano del suo Im Kopf von Bruno Schulz (2013) – circoscrive un’invocazione cui tanti dipartimenti artistici del nostro presente, spesso prigionieri della tendenza irrazionale a ripercorrere la propria cronologia in forma di pastiche citazionista, farebbero bene a dare ascolto. Creed, opera seconda della coppia costituita dal regista Ryan Coogler e dall’attore Michael B. Jordan (nel 2013 artefice del più interessante, benché non eccezionale, Fruitvale Station, distribuito, seppur male, anche da noi), si inserisce senza fantasia né spessore mitopoietico nel suddetto filone, deputato a redigere apologie dei tempi che furono senza alcuna riflessione supplementare o polemica sulle modalità di rappresentazione in voga fino all’altroieri.

CREED (3)Il risultato, anche stavolta, è tuttavia il solito surrogato di quanto già esistito, già visto, già vissuto e già filmato, uno slalom tra espedienti narrativi privi di (ri)letture personali e stimolanti utili soltanto a sancire l’ennesima carestia di nuovi orizzonti. Creed, sia spin-off che seguito della saga dello «stallone italiano» Rocky Balboa, mette in scena il percorso verso la gloria di Adonis Creed (Coogler), figlio extra-coniugale dell’omonimo Apollo avversario di Rocky nei primi due film della serie (nonché ammazzato in combattimento da Dolph Lundgren nel quarto capitolo), e i suoi allenamenti sotto l’ala protettiva dello stesso, malandato Balboa (impersonato da un Sylvester Stallone sempre più gonfio e infelice), che il ragazzo, attestandone il ruolo di mèntore, chiama Unc («zio»). Sebbene non grossolano, scontato e prevedibile come Southpaw – L’Ultima Sfida (2015) di Antoine Fuqua, l’ultimo film sul pugilato a sbarcare sui nostri schermi, Creed, a sua volta, non si fa scrupolo nel pescare a piene mani tra i luoghi comuni di altri aggiornamenti di genere, impiegando persino la direttrice della fotografia franco-americana Maryse Alberti (sue le immagini realistiche e proletarie del sopravvalutato The Wrestler [2008] di Darren Aronofsky) e dando così l’impressione di configurare un’ulteriore, accomodante operazione studiata a tavolino per compiacere i tanti nostalgici del ciclo originario (ambientato in una Philadelphia livida e operaia).

CRD207_000035.tifI temi di Creed, compreso un finale in pratica ricalcato quasi sequenza per sequenza, sono all’incirca quelli del primo Rocky (1976) – la consapevolezza dolorosa e angosciante dei propri limiti, l’ostinazione del gregario come forma di compensazione delle sue lacune tecniche, la necessità febbrile di costruirsi un’identità autonoma rispetto al proprio retaggio – però articolati, nelle intenzioni, facendo leva sulla vena dolente, fragile e umanissima dipinta da Stallone, anche regista, nel riuscito Rocky Balboa di dieci anni or sono (forse l’episodio migliore della saga). Ma se il pugile di Stallone, da giovane o da anziano, continua a possedere l’autorità fatta di lavoro e sudore delle vecchie generazioni, il sentimento tragico di Adonis Creed non convince nemmeno per un istante (così come non convincono le velleità artistiche della sua fidanzata, musicista tra hip-hop e r&b, impaziente di esordire nei locali dove debuttarono «Jill [Scott], [John] Legend e i Roots»), non convincono le sue minacce di abbandono né il suo aggressivo prendere le distanze dal modello paterno: non convincono perché infarcite di déjà-vu e mancanti di vera tensione, perché ammiccanti e retoriche, perché logorate dal perenne appello a tutti gli stereotipi dei film di formazione su sfondo sportivo.

Sylvester Stallone con il pugile Gabriel Rosado (Leo Sporino nel film)
Sylvester Stallone con il pugile Gabriel Rosado (Leo Sporino nel film)

Mentre il Rocky originale, piaccia o meno, era la manifestazione sanguigna (e, certo, semplicistica) della rabbia e della disillusione della classe lavoratrice italoamericana, mandata in orbita dalla Gonna Fly Now (in pratica una Pastorale beethoveniana rielaborata per trombe in stile Philly-sound) messa su pentagramma da Bill Conti dopo il rifiuto di tutti i maggiori compositori di colonne sonore dell’epoca, Creed manifesta una fisionomia borghese e consolatoria fin dalla colonna sonora (con brani di Future, Joey Bada$$, Jhene Aiko e Vince Staples) pensata come una classifica di fine anno di Pitchfork.

ROCKY VI (Aki Kaurismäki, 1986)
ROCKY VI (Aki Kaurismäki, 1986)

Davanti a un simile rigurgito di conformismo, verrebbe voglia di rispolverare la lucidità etilica, antagonista, velenosa e minoritaria di Rocky VI (1986), indimenticabile cortometraggio del finlandese Aki Kaurismäki (con un gigantesco pugile siberiano birraiolo e dalle folte sopracciglia, presentatosi a Helsinki su di una slitta trainata da cani, in grado di malmenare a morte l’americano Rocky, mingherlino e viziato, e poi tornarsene nella steppa danzando una balalaika), per tornare a riempirsi gli occhi di un tipo di spettacolo un po’ più eccentrico e meno trattenuto.

CREED (5)A proposito di borghesia: in Creed la madre adottiva, non biologica, del figlio di Apollo è impersonata dalla sempre ottima attrice texana Philycia Rashād, diventata celebre, durante gli anni ’80, nei panni dell’avvocatessa newyorchese Claire Robinson, moglie del ginecologo Cliff nel serial televisivo I Robinson (The Cosby Show), sulla quotidianità dell’omonima famiglia (Huxtabe nella versione originale). Dopo le accuse di molestie sessuali (peraltro numerosissime) che hanno annientato la reputazione pubblica di Bill Cosby, suo marito nel citato programma, a rappresentare gli afroamericani di classe medio-alta e l’opulenza ovattata del loro mondo (guardate in quale villa, molto più lussuosa del salotto di casa Robinson, abita nel film), è rimasta solo lei.

Gianfranco Callieri

CREED – NATO PER COMBATTERE

Ryan Coogler

Usa – 2015 – 133’

voto: *1/2

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