THE HATEFUL 8 (1)2015: negli Stati Uniti, il numero di persone uccise dalle forze dell’ordine ammonta a quasi 1’000 unità. 965 al 24 dicembre, secondo un conteggio tenuto dal Washington Post, anche se col decesso di Quintonio Le Grier (19 anni) e Bettie Jones (55 anni), causato da agenti della polizia di Chicago, la cifra, relativa ai morti ammazzati con armi da fuoco, è ulteriormente lievitata. L’eccesso di autodifesa da parte dei poliziotti, unito a un pregiudizio ancora strisciante verso i cittadini di colore (contestato con fermezza dal movimento d’opinione Black Lives Matter), costituisce un problema endemico e diffuso ben oltre i confini della metropoli dell’Illinois, al punto da convincere molti cittadini afroamericani del fatto che la polizia, invece di equivalere a una garanzia di sicurezza, rappresenti per loro un immediato e ineluttabile pericolo di vita.

THE HATEFUL 8 (3)Una cornice tutto sommato piuttosto indicata per fare uscire un film, ambientato nel Wyoming di fine ’800 (ma girato in Colorado), in cui il nero Marquis Warren, ex-soldato nordista fattosi cacciatore di taglie, si vede costretto a una sosta forzata, causa bufera di neve, presso la Merceria di Minnie, stazione di rifornimento inerpicata sulle montagne dove arriva con il collega John Ruth detto “Il boia”, in viaggio verso Red Rock per assicurare la sua prigioniera Daisy Domergue (strizzata d’occhio alla Faith Domergue di Cittadino Dello Spazio [The Island Earth, 1955] e compagna del miliardario Howard Hughes?) alla giustizia, e il disertore del Sud, nonché nuovo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix e dove trova, oltre all’ex-generale confederato Sanford Smithers, quattro sconosciuti che potrebbero nascondere qualcosa: le tensioni tra i personaggi bloccati nel rifugio, naturalmente, esplodono per motivi razziali, la parola «negro» (usata come epiteto) è sulla bocca di tutti e la carneficina cui vanno incontro i protagonisti non risparmia nessuno. Quentin Tarantino, al suo ottavo lavoro (come dichiarato nei titoli di testa), dice di aver confezionato la sua opera più «politica».

THE HATEFUL 8 (2)Aveva anche confessato di aver voluto realizzare «un western nella neve», come Il Grande Silenzio (1968) di Sergio Corbucci, lo spagnolo Condenados A Vivir (1972, in inglese Cut-Throats Nine), diretto dal madrileno Joaquín Luis Romero Marchent, e in parte Uomini Selvaggi (Wild Rovers, 1971) di Blake Edwards, ma poi ha sostenuto di essersi invece ispirato a tre serie televisive – Bonanza, The Virginian, The High Chaparral – non tutte ugualmente note (almeno da noi, dove si conosce a sufficienza solo la prima e si sono viste poco e male la seconda e la terza, qui ribattezzata Ai Confini Dell’Arizona), perciò le sue dichiarazioni vanno prese, come sempre, con le pinze. Eppure, anche senza sfoderare acrobazie ermeneutiche, è difficile non riconoscere a The Hateful Eight, in questo senso più e meglio riuscito della blaxploitation in salsa western del precedente Django Unchained (2012), lo statuto di rilettura, peraltro piuttosto sconsolata, del passato dell’America – una nazione sorta sullo sterminio delle sue popolazioni indigene – tramite la rievocazione della sua estrema frontiera: la messa in scena di una situazione in cui non un individuo né una discendenza etnica possono salvarsi, in senso etico come in termini di sopravvivenza personale, possiede risonanze attuali trascurabili solo da chi non voglia coglierle.

THE HATEFUL 8 (4)Nonostante le scariche di violenza, il sangue rigettato e profuso a piene mani, le teste fatte deflagrare a fucilate e la sequenza di pugni, calci e gomitate affibbiati a Jennifer Jason Leigh da un irascibile (e nondimeno sentimentale) Kurt Russell, in The Hateful Eight si insinua una strana melanconia, molto umana e per niente epica, evidente fin dalla scelta di far girare al direttore della fotografia Robert Richardson in pellicola Panavision ULTRA da 70 millimetri con lenti anamorfiche, un formato, rimasto nei cassetti dai tempi del Khartoum (1966) di Basil Dearden e utilizzato, all’epoca, per far risaltare la maestosità dei paesaggi, per la proiezione del quale le sale oggi attrezzate si contano sulle dita di poche mani. In Italia, la versione «corretta» di The Hateful Eight sarà visibile solo presso il cinema Arcadia di Melzo, in Lombardia, e nella Cineteca di Bologna, mentre gli altri esercenti e spettatori dovranno accontentarsi di copie da 167’, cioè decurtate di venti minuti rispetto alla durata originale. Perché tutto questo sforzo, anche economico, quando le riprese in esterni (in campi lunghi) del film dureranno all’incirca venti minuti (scarsi) e tutto il resto o viene girato a distanza ravvicinata, o si svolge nel perimetro rettangolare di una stamberga di montagna? Ma perché il cinema e la frontiera, dal 1893 in cui William Cody, meglio noto come Buffalo Bill, vestì i panni dell’impresario teatrale allestendo il suo Wild West And Congress Of  Rough Riders Of The World, una via di mezzo tra il circo e la rievocazione storica (raccontata con lancinante amarezza da Robert Altman in Buffalo Bill E Gli Indiani [Buffalo Bill And The Indians, Or Sitting Bull’s History Lesson, 1976]), hanno sempre custodito il proprio mito attraverso lo spettacolo di massa, spettacolo le cui connotazioni, nelle mani contemporanee di Tarantino, si fanno inevitabilmente più fosche e inquietanti.

THE HATEFUL 8 (5)Stavolta, però, le conclamate abilità del cineasta contano il giusto. I dialoghi di The Hateful Eight sono ancora una volta fulminanti, e in particolare il modo in cui Samuel L. Jackson esaspera il vecchio militare bianco e razzista Bruce Dern, raccontandogli di come ha convinto il figlio di costui a praticargli una fellatio pur di avere salva la vita (e difatti al personaggio di Jackson spareranno, per contrappasso, nei genitali), costituisce l’ennesimo pezzo di crudeltà e bravura, sebbene di nuovo ricalcato sull’uccisione di Dennis Hopper da parte di Christopher Walken (a sua volta presa da un racconto di Fenimore Cooper) in Una Vita Al Massimo (True Romance, 1993). La struttura narrativa, secondo alcuni debitrice dei Dieci Piccoli Indiani (1939; il titolo originale era, non a caso, Ten Little Niggers) di Agatha Christie perché basata sul ribaltamento delle identità di quattro protagonisti su otto, rimanda a certi racconti western di Elmore Leonard e la brutalità, malgrado il conclamato apprezzamento del regista per le rivisitazioni italiane del genere, richiama il realismo nichilista di Anthony Mann (soprattutto L’Uomo Di Laramie [The Man From Laramie, 1955]). E non mancano neppure le autocitazioni: il maggiore Warren è più o meno una proiezione del malavitoso Jules Winnfield di Pulp Fiction (1994), Oswaldo Mobray – il sedicente “boia” di origini inglesi affidato all’accento di Tim Roth – aggiorna il dottor King Schultz impersonato da Christoph Waltz in Django Unchained e la decisione di compendiare il tutto in un democratico bagno di sangue (accompagnato dalla voce di Roy Orbison in There Won’t Be Many Coming Home, canzone tratta dall’unico film interpretato dal cantante, lo scombinato The Fastest Guitar Alive [1967] in cui il nostro, per una volta senza occhiali, impugnava una sei corde sparacolpi in soccorso dell’esercito confederato…) viene dalla tragedia greca, sì, ma soprattutto da Le Iene (Reservoir Dogs, 1992). Nella colonna sonora, accanto a brani dei White Stripes e composizioni di Ennio Morricone (alcune risalenti alla partitura scritta per La Cosa [The Thing, 1982] di John Carpenter, altro film con Kurt Russell e ambientato tra le nevi), spunta anche una rarità come Now You’re All Alone, morbida ballata folkie confezionata dall’attore David Hess per commentare uno dei momenti più sadici dell’Ultima Casa A Sinistra (The Last House On The Left, ) di Wes Craven, in cui recitava.

THE HATEFUL 8 (6)Nondimeno questi, sebbene spassosi, restano dettagli. Senza l’ambizione di essere un capolavoro (non lo è), il film di Tarantino si propone come opera chiusa in se stessa, fuori dal tempo e dalla regole del consumo, spoglia di sentimenti e insegnamenti in quanto tesa a far vibrare il vuoto, la ferocia e l’odio sanguinario che presiedono alla nascita degli Stati Uniti. In una sfida perenne tra la sovrabbondanza della parola e la potenza iconica della visione, The Hateful Eight è, più di tutto, la malinconica elegia di un sogno di celluloide deterioratosi, quando non scomparso, con l’avvento del digitale, una lezione di essenzialità (la grammatica dell’immagine è secca, precisa, classica) a dispetto della lunghezza, un atto d’amore in quella forma desueta di interpunzione conosciuta come dissolvenza al nero. Nessuna vocazione retorica, malgrado la verbosità, e nessuna ossessione per il perfezionismo estetico. Solo, per chi ci crede ancora, tradizioni, invenzioni e mitologie del cinema.

Gianfranco Callieri   

THE HATEFUL EIGHT

Quentin Tarantino

USA – 2015 – 187’

voto: ****

 

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