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Probabilmente quelli che parlano di sorpresa sono degli improvvisati della galassia David Bowie. Già, perché stupirsi della lunghezza del singolo apripista, ★ (Blackstar), per esempio, vuol dire non avere idea che, prendendo a caso, siano esistiti nella discografia Bowie-ana pezzi come Loving The Alien oppure The Width Of A Circle, opener monolitici e manifesti di vecchi album del Duca che dell’artista erano lì a significare il tono comunque impavido. Se poi la sorpresa è quella che presenta il sound del disco, anche qui, la sorpresa non sembra neppure così senza preavviso – Bowie ha seminato i suoi decenni in musica di album contraddittori, provocatori e ripudianti.

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Tutto sommato, ★ (Blackstar) non è qui a contraddire The Next Day (2013), un disco che da buon come back album che era giocava con le carte di una misura che tendeva a non scontentare nessuno – in fondo, dopo dieci anni assenza causa seri problemi di salute, quella era la giusta strada da intraprendere per ritornare in pista. Battuto il colpo del “ci sono ancora”, adesso David Bowie parte per la tangente – cerca l’ammirazione della sua base di fan meno pop, quella pronta all’avventura – quella che ama Stationtostation (1976), Low (1977), Scary Monsters (And Super Creeps) (1980) oppure 1. Outside (1995).

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Se la regola è l’assenza di preavviso, non è nemmeno una sorpresa che l’ex Ziggy Polveredistelle si affidi a una band jazz, il quartetto guidato da Donny McCaslin, peraltro con l’aggiunta qui e là del LCD Soundsystem James Murphy e con la produzione sicura dell’eterno amico Tony Visconti – perché Bowie non ha mai nascosto ammirazione incondizionata per Ornette Coleman, fra l’altro, quanto già in passato fece un disco tutto giocato sulla presenza di Lester Bowie dell’Art Ensemble Of Chicago, il sottovalutato quanto tuttora all’ascolto ben solido Black Tie White Noise (1993).

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★ (Blackstar) è fondamentalmente uno sfizio, di quelli ben riusciti. Con il make up Bowie vi ha sempre giocato che è un piacere, e adesso che mancano dodici mesi ai settant’anni, ovvio che lo fa con maniera aristocratica, di chi non vuol scimmiottare se stesso. Chi ricorda Young Americans (1975), sa che Bowie ama scommettere con elementi non suoi – se all’epoca si appropriò del Philly Sound di Gamble & Huff, qui usa un gruppo scovato in un jazz club newyorchese in forma poco ortodossa, appiccicandogli molto, per esempio, dei Radiohead, dei già citati LCD Soundsystem o anche di dj sui generis come DJ Logic.

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La forza del disco è la brevità, appena una quartina di minuti per sette brani – tutto lì a mostrare un David Bowie con le idea chiare. In fondo non avrebbe avuto senso farlo più lungo – anche perché già il brano guida, nei suoi nove minuti, altera il senso del tempo, che qui è più relativo che mai: voce spastica, battito trip hop, tanto futurismo sbattuto lì in bella mostra e una tematica scottante come quella dell’IS strisciante nel testo. Altro momento ben azzardato che svetta su tutto è Lazarus, sorta di industrial jazz che è stato scritto per l’omonimo musical realizzato a quattro mani con Enda Walsh, drammaturgo irlandese giunto alla ribalta una ventina di anni fa con il dirompente Disco Pigs (ne esiste una versione video, consigliatissima) – fra l’altro, Lazarus è al debutto proprio in questi giorni in quel di New York. E fra tutto ciò che passa all’udito ascoltando il lavoro, bello notare come Dollar Days sia una ballata fra plastica e gloria, di quelle che a “l’uomo che cadde sulla terra” riuscivano bene appena prima che iniziasse l’epopea glam – diciamo dalle parti folk rivisitato de “il tizio che vendette il mondo” e del “va tutto a gonfie vele”, ossia un altro modo per dire The Man Who Sold The World (1970) e Hunky Dory (1971). In sostanza, tutto ★ (Blackstar) è di quelle cose che riescono solo a chi non ha meramente fatto un patto per non invecchiare stile Dorian Grey bensì a chi, come David Bowie appunto, semplicemente nella propria arte sa invecchiare bene e con stile.

CICO CASARTELLI

DAVID BOWIE – ★ (Blackstar) (RCA/Sony)

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