Teatro dei Venti, Angeli e Demoni - foto di Chiara Ferrin

 

Teatro dei Venti, Angeli e Demoni - foto di Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

Da un po’ di mesi sperimento, per una parte dei lavori che incontro, una modalità di restituzione che funziona così: durante gli spettacoli prendo alcuni appunti sul mio taccuino. Inevitabilmente (anzi: intenzionalmente) frammentari.

A seguire li ricopio qui.

Nessun approfondimento.

Alcuni lampi.

Qualche artista vanitoso ogni tanto si offende, perché la sua ricerca «richiederebbe ben altra attenzione» rispetto a queste poche righe.

Pazienza.

Mi consolo in anticipo con Ennio Flaiano: «Il segreto è raggiungere da professionisti la disinvoltura dei dilettanti, non prevalere, far credere che la cosa sia estremamente facile, un divertimento che trova la sua ragione di esistere nel fatto di essere più leggero dell’aria».

Buona lettura.

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Angeli e Demoni 

Prima di partire per Rubiera leggo, sul sito della Compagnia, alcune Note di Regia:

L’analisi sull’opera del Tasso si è soffermata particolarmente su episodi che vedono protagonisti temi cardine del contemporaneo. Tra tutti il bene e il male. L’amore e l’odio. L’atmosfera desertica che caratterizza la messa in scena traccia un luogo che richiama le tante guerre che oggi si combattono, segnate a sangue da eterni conflitti che pongono contrapposti i fedeli di religioni diverse. Colpiti in mezzo spesso gli innocenti. L’azione scenica si concentra sulla battaglia tra “Angeli e Demoni”, tra Cristiani e Musulmani. Nell’opera del Tasso conflitti ideologici e spirituali, motivi epici e amorosi, intenzioni religiose e profane si intrecciano in maniera convulsa, intensa. Lo spettacolo vuole mettere a fuoco suggestioni, suoni e azioni, che aprono ad un immaginario bellico che inevitabilmente riconduce a vicende che ci accadono accanto, che ci espongono al terrore, all’odio.

Penso a ciò che ha scritto Stefano Tè e al proteiforme ensemble con cui ha lavorato. Mi viene in mente una domanda preliminare: sulla carta, Angeli e Demoni pare muoversi (come suggerisce Marco De Marinis nel suo Il teatro dopo l’età d’oro) fra due polarità che il Novecento teatrale ha espresso con forza: «teatro con contenuti politici» con finalità pedagogiche manifeste (da Piscator, a Brecht, a L’Istruttoria di Peter Weiss, a US di Peter Brook) e «uso politico del teatro», quello che incarna in prima persona il cambiamento della relazione teatrale, l’attivazione dello spettatore, la dilatazione del fatto scenico oltre i suoi confini tradizionali (come ad esempio il teatro a partecipazione di Giuliano Scabia). Nel caso del Teatro Dei Venti l’efficacia rivoluzionaria -uso questo termine non senza tremore- sarà data prioritariamente dal coinvolgimento di questa varia e complessa umanità o da dichiarazioni esplicite in scena? Vedremo.

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Teatro dei Venti, Angeli e Demoni - foto di Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

Arrivo a Rubiera, cittadina di mitologici bolliti e consolanti vinelli. In stazione sono accolto dalla gentilissima Giulia. Alcuni saluti nel foyer del Teatro Herberia, poi è ora di entrare in sala.

Ci sediamo nella penombra.

La scena è un grande quadrato ricoperto di sabbia chiara. Stesi a terra, a pancia in su, una quindicina di uomini. Petto nudo, scalzi, jeans arrotolati alle ginocchia. Immagine di deserto, di naufraghi spiaggiati.

Si fa buio. Cominciamo.

Un canto nel silenzio, forse in arabo.

Tamburi che crescono di volume e intensità.

In prima fila arrivano zaffate di sudore.

Si alzano le luci. Rivelano volti coperti da piccoli quadrati di stoffa chiara. Una cordella al posto della cintura. Molti tatuaggi sparsi.

Suono ritmico, musica arabeggiante.

I naufraghi si metton seduti.

Una lenta coreografia, espressiva e simbolica, eseguita con concentrazione sollevando sabbia, aprendo braccia, protendendo mani davanti a sé, inchinandosi con la fronte a terra. Lunghi momenti di immobilità.

Arriva un gruppetto di ragazzi. Ciascuno porta un bicchiere di metallo pieno d’acqua. I giovani si avvicinano ai naufraghi, mettono loro una mano sulla spalla, danno loro da bere.

Teatro come esplicita presa di posizione sul mondo: dire a chiare lettere da che parte si sta. Il coraggio e il pericolo di questa scelta.

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Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

Frammenti di testo portati con intensità.

Serie di duelli e battaglie su musica metal. Mascolinità vigorosa.

Lente entrate e uscite di scena.

Dalla balconata un canto. Yiddish?

Altre coreografie con sabbia.

C’è molto Odin, qui. 

Molti segni rimandano ad altro.

Simbolo. Nell’etimo latino è «accostamento», derivato dal greco «mettere insieme, far coincidere»: nell’uso degli antichi Greci, era un mezzo di riconoscimento e di controllo costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto. Per esempio un pezzo di legno. I discendenti di famiglie diverse lo conservavano come segno di reciproca amicizia.

A quale parte mancante si rimanda, qui?

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Teatro dei Venti, Angeli e Demoni - foto di Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

Pulirsi il viso, grida, altre battaglie su musica ritmata.

Urla che si trasformano in pianto.

Azioni e invenzioni con assi di legno che diventano croci, fucili, stampelle, capanne, trampolini.

Jean Piaget: il pensiero simbolico implica la capacità di rappresentarsi mentalmente cose, oggetti, situazioni, persone indipendentemente dalla loro presenza. Ciò presuppone imitazione differita e combinazioni mentali (per esempio: usare il manico di scopa al posto del cavallo).

Dal Vocabolario Treccani: «Simbolo: qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso».

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Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

«Qui è la mia casa».

«Qui è la mia casa».

«Qui è la mia casa».

«Qui è la mia casa».

«Qui è la mia casa».

Francesca Figini vestita di rosso in piedi su assi portate a spalla canta con voce grave e potente.

In cerchio, preghiere diverse si sovrappongono a musica struggente.

Altre coreografie con sabbia, attrici vestite di nero si muovono in sincrono in mezzo ai naufraghi, sparsi nello spazio scenico.

Su Waltz No. 2 di Dmitri Shostakovich il gruppo dei ragazzi entra lentamente. Ciascuno copre di sabbia gli occhi chiusi di uno dei naufraghi, stesi a terra supini.

Sul palco in fondo un’ultima coreografia di piccoli salti e rotazioni, su musica ritmata. Controluce e finale a braccia aperte.

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Teatro dei Venti, Angeli e Demoni - foto di Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Angeli e Demoni – foto di Chiara Ferrin

 

Applausi a quella umanità, a quelle facce.

Quelle facce.

Fronti, menti, capelli, sopracciglia, occhi, nasi, guance, bocche, labbra, denti, menti, barbe, zigomi e palpebre che non si possono raccontare. Non c’è nulla da fare. Bisogna vederle, quelle facce.

Che da sole valgono il viaggio.

Quelle facce che sembra di essere su un set di Pasolini.

Una umanità in sé potente e bastante.

Senza parti altre, mancanti.

Senza la necessità di funzioni simboliche a spostare dal salvifico qui e ora di alcuni umani riuniti attorno alla Gerusalemme Liberata.

«Una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo alle cose che significano se stesse e nient’altro», ricorda il saggio Calvino.

Nient’altro.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto il 24 gennaio 2016 a Rubiera, Teatro Herberia – info: teatrodeiventi.it

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