H+G foto scena 2

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Non che le cinque figure in scena volessero combattere, sia chiaro. Ma se è vero che l’esistenza di ciascuno non può che essere una più o meno esplicita e feroce lotta, tale è anche, ontologicamente, quel suo stralunato distillato che accade in teatro: è nelle cose che qualcuno risplenda di più e qualcun altro resti maggiormente nell’ombra.

H+G racconta la storia di Hansel e Gretel: fame, sassolini, povertà, briciole di pane e tutto il resto. E fin qui nulla di nuovo. Ciò che differenzia questo allestimento da un normale spettacolo di teatro ragazzi è la grazia con cui è composto: una raffinata messinscena di linee rette e campiture monocrome, bisbigli e pause, legni e stoffe, silenzi e piccole canzoni, immobilità e respiri. Il tutto puntato da minuscole invenzioni che parlano la lingua del teatro.

La differenza di H+G è data soprattutto dagli interpreti.

Cinque, in scena.

Quattro sono disabili. Handicappati, si sarebbe detto una volta: persone che, etimologicamente, hanno qualche cosa in meno degli altri.

La quinta è un’esperta attrice-danzatrice, che ha lavorato anche nell’ensemble di Carolyn Carlson (monumento della danza del secondo Novecento che il 30 aprile sarà in scena al Teatro Diego Fabbri di Forlì, miracolo di una direzione artistica a quattro teste che da altrettanti anni sta rivoluzionando l’offerta culturale della città).

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H+G foto scena 1

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Tornando a noi. Nello spazio tra le due gradinate su cui è assiepata qualche decina di assorti spettatori si fronteggiano due modi di intendere l’arte. E, forse, di guardare il mondo.

Da una parte una chiara manifestazione di téchne: arte nel senso di “perizia”, “saper fare”. Tu sei artista e io no perché sai fare qualche cosa meglio di me: sai cantare, danzare, recitare, dipingere, scolpire, scrivere come io non so. In questo caso: sai usare il diaframma, i disequilibri, la segmentazione, gli stop e tanto altro in una maniera che è evidentemente frutto di fatica, lavoro, esperienza. Tanto di cappello.

Dall’altra parte quattro artisti disabili appartenenti all’Accademia Arte della Diversità, la cooperativa bolzanina nata dal Teatro La Ribalta di Antonio Viganò.

Quale particolare capacità mettono in campo? Quale specifica abilità fa loro meritare il mio tempo, i soldi del mio biglietto, il riconoscimento sociale dello status di attori?

Evidentemente non una speciale téchne. O almeno non qualcosa che si possa apprendere a un Corso di danza o di recitazione.

È un elemento ineffabile e pienamente vivo: una disponibilità a essere nudi, a essere e basta, che proprio (e solamente) una regia rigorosa e controllata può far emergere. Tutti abbiamo sperimentato i danni del teatro fatto fare ai disabili in libertà «per esprimersi e per farli divertire, poverini»: una inutile ridda di mielosi cliché e stucchevoli buonismi. Qui si tratta di ben altro: un grado zero del performativo che coincide con l’essere semplicemente, profondamente, audacemente umani.

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Volendola prendere da un’altra angolazione, la scena di H+G contrappone due modi di pensare l’arte: rappresentare vs presentare.

Rappresentare la strega, la madre arcigna vs presentare (donare) il proprio essere sperduti. Insieme. La paura. La fame.

Un po’ come fa Jannis Kounellis, nel 1969, quando in una Galleria d’Arte trasporta una decina di cavalli in carne, ossa, nitriti ed effluvi. Non un dipinto di un animale «che guarda come è bravo quel pittore… sembra vero!»: esseri viventi.

Vien da pensare al saggio che Gilles Deleuze dedica al lavoro di Francis Bacon: «Nell’arte, in pittura come in musica, non si tratta di riprodurre o di inventare delle forme, bensì di captare delle forze. La celebre frase di Klee “non rendere il visibile, ma rendere visibile” non significa nient’altro».

H+G non ha inventato nulla, dunque: da più di un secolo le arti più avvedute (plurale fenomenologicamente salutare) si occupano di accogliere il mondo. Tutto. Anche (e soprattutto) quello non normalizzato. Anche (e soprattutto) quello indistinguibile, innominabile. E rilanciarlo.

H+G, delicato e potente spettacolo diretto da Alessandro Serra, ci fa affacciare verso un umanissimo mistero.

E ringraziare.

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MICHELE PASCARELLA

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Visto presso la Chiesa di San Giacomo in Forlì, nell’ambito della Stagione del Teatro Diego Fabbri, il 7 febbraio 2016 – info: teatrodiegofabbri.it

 

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