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Street art sì, street art no. Mancano ormai davvero pochi giorni all’inaugurazione della mostra più discussa di questo 2016: “Street Art. Banksy & Co – L’Arte allo Stato Urbano”, che apre al pubblico venerdì 18 marzo, allestita in Palazzo Pepoli. Il Museo della Storia di Bologna, infatti, è al centro di un animato dibattito che da mesi impazza su social network e giornali specializzati, non solo bolognesi. Il motivo? Tra le 250 opere presenti in mostra, alcune sono state oggetto di un intervento forzato di rimozione dai muri della città, dichiarato a sorpresa dagli ideatori della mostra a cose ormai fatte. Non si tratta di certo di un primo esperimento in tal senso. Lo stesso Banksy citato nel titolo ha visto spesso coinvolte le sue opere in operazioni analoghe, la più famosa quella organizzata da Sotheby’s poco tempo fa a Londra. Giusto o sbagliato? Si tratta di una scelta che in sé infrange uno dei più importanti taboo del graffitismo: la presenza in un museo, ossia in un luogo istituzionalizzato, di opere nate come interventi effimeri e transitori, nonché rigorosamente anonimi e clandestini, con la conseguente riapertura dell’eterno dibattito sulla relazione tra l’opera d’arte e il suo contesto d’origine.

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Al riguardo, il Presidente di Genus Bononiae Fabio Roversi Monaco difende questa mostra definendo le azioni di rimozione come interventi utili per la salvaguardia di questi lavori, ormai datati e a rischio di cancellazione. Qui già il nostro primo dubbio: la street, di certo, non nasce come intervento eterno. È un’arte aperta, se vogliamo definirla così, destinata anche a contaminarsi con l’azione esterna di altri artisti, e a legarsi inesorabilmente al contesto, fino a scomparire con esso. Certo, in particolari casi – per esempio il murales di Keith Haring realizzato a Pisa – queste opere assumono un’importanza per la collettività che non va sottovalutata e che giustifica un’operazione di recupero, anche se eticamente scorretta. Ma per la mostra bolognese la questione è un’altra. E parliamo della violazione del diritto d’autore, che non può mai essere sottovalutata. Se i writer operano spesso nella clandestinità, nascosti dietro pseudonimi, questo non vuol dire che le loro opere siano prive di autorialità e questa non debba essere tutelata in una qualche maniera. Non sfugge al riguardo il silenzio di Blu o l’invettiva di EricailCane che definisce ironicamente i promotori della mostra come “tombaroli, ladri di beni comuni”.

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Ma non tutti gli artisti coinvolti sono stati contrari all’operazione promossa da Genus Bononiae e dall’Arthemisa Group. Purché se ne parli, si dice. E di street art, forse, non se parla mai abbastanza (al pubblico generico, s’intende) se si considera la sua capillare diffusione sul territorio urbano. C’è ancora oggi chi la confonde con un semplice atto di vandalismo da reprimere e punire. Per questo un’operazione come questa a cura di Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran può aver un senso e di sicuro ha un valore morale ed educativo che si spera i tre curatori abbiano messo ben in evidenza.

Ma d’altro canto – particolare non da poco – la street è un’arte libera e gratuita, e tale deve rimanere. Pagare oggi 13 euro per un biglietto di ingresso a un museo per vedere opere che prima erano di libera fruizione è forse un’azione non così condivisibile. Quindi se mostra dev’essere, che sia almeno gratuita.

 

 

LEONARDO REGANO

1 commento

  1. Operazione assurda. Perchè non stacchiamo gli affreschi della Cappella Sistina e ci facciamo una mostra a New York?
    Poi la demoliamo e ci costruiamo un centro commerciale?

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