Concussion (1)Non dovesse ogni volta giustificarsi, a quanto pare, per aver conseguito una fama planetaria grazie a una serie televisiva dalla sostanza abbastanza sottile (diciamo così) e per aver interpretato anche diversi blockbuster concepiti per adolescenti dalla soglia d’attenzione a dir poco circoscritta, Will Smith, nato a Philadelphia 48 anni fa, verrebbe semplicemente considerato per quello che è, ovvero uno dei migliori attori della sua generazione. Pur senza raggiungere i livelli del sontuoso Alì (2001) firmato da Michael Mann, dove impersonava l’omonima leggenda del pugilato, Zona D’Ombra (traduzione cretina e fuori luogo dell’originario Concussion, «commozione cerebrale» in ambito medico, «impatto» o «trauma» nel linguaggio comune) vede Smith alle prese con uno dei suoi ruoli più azzeccati e credibili, quello del patologo forense di origine nigeriana Bennet Omalu, scopritore, nel 2002, di un disturbo neurodegenerativo (da lui identificato come CTE, encefalopatia traumatica cronica) ricorrente presso i giocatori di football sottoposti fin dall’adolescenza a ripetute lesioni del tessuto cerebrale, derivanti dallo scontro tra corpi e spesso foriere di perdita della memoria, confusione, riduzione della capacità di giudizio, problemi nel controllare gli impulsi, depressione e, in molti casi, demenza progressiva.

Concussion (3)Gli studi di Omalu, diventati ufficiali tre anni dopo (tramite la pubblicazione sulla rivista Neurosurgery) avrebbero evidenziato il pericolo elevatissimo rappresentato dall’alta frequenza di traumi cranici intrinseca non agli sport da combattimento, ma a quelli di squadra, primo tra tutti il football (e l’hockey), scatenando così la reazione avvelenata della NFL (National Football League), che oltre a rifiutarsi di accogliere l’evidenza scientifica delle sue ricerche diede luogo a una vera e propria campagna di controinformazione (condita da vari attacchi personali alla figura di Omalu) e fomentò in ogni modo il risentimento dei tifosi. Benché costretto a trasferirsi dal Maryland alla California, Omalu non avrebbe smesso di accumulare prove (cioè cadaveri: la CTE può essere diagnosticata soltanto dopo il decesso, attraverso l’analisi del cervello del defunto), arrivando persino a comparire, nel 2009, in un articolo del popolare mensile GQ dopo il quale la stessa NFL fu obbligata a riconoscere il collegamento tra danni al cervello e attività sportiva. L’articolo, poi ampliato fino a diventare un libro, servì da molla di partenza per il documentario Head Games: The Global Concussion Crisis (2014), diretto da Steve James (pluripremiato regista di Hoop Dreams [1994]), e sta oggi alla base di questo Zona D’Ombra, opera seconda dello sceneggiatore Peter Landesman confezionata ricorrendo ai toni di un robusto dramma civile.

Concussion (4)Anche se alcuni tagli, alcune tempistiche e alcune sequenze del film paiono soffrire i limiti di un’impaginazione televisiva, è raro, oggi come oggi, trovare una pellicola mainstream (pur sfortunata, o comunque deludente, al botteghino americano) così attenta nel riflettere sul significato della cittadinanza attiva, sulle questioni etiche della medicina e dello sport, sulla coscienza sterilizzata di chi antepone il profitto alla salute e alla trasparenza. Temi scontati? Didascalici? Può darsi, ma quanto rigore, quanta empatia e quanta disciplina nell’uso dell’immagine sa trasmettere la mdp quando si posa sul volto e sul corpo tumefatto di Mike Webster (David Morse), portabandiera dei Pittsburgh Steelers per quindici stagioni e negli ultimi anni di vita (è morto, cinquantaduenne, nel 2002) arrivato a procurarsi una pistola Taser con cui colpirsi, per annientare il dolore, decine di volte al giorno, quando indugia sui cieli grigiastri e i palazzi tirati a lucido di una Pittsburgh resa alienante da un’opacità prima di tutto morale, quando ritrae i colori spenti di una stagione autunnale mortificata dalla menzogna e dalla corruzione.

Concussion (2)E quale splendida ambiguità, infine, sa donare al suo dottore un gigantesco e appositamente imbolsito Smith: per tutto il film lo sentiamo scandire sillabe, come un immigrato alle prese con i primi rudimenti dell’inglese, e lo vediamo accentuare con discrezione il prognatismo del suo prototipo umano, dal quale riprende anche l’espressione perennemente corrucciata e il frenetico, esplicativo gesticolare, fornendone così un ritratto sospeso tra l’ottimismo della volontà e un pizzico di sconsiderata, egoistica ambizione personale. La recitazione dall’attore riflette, senza alcuna esitazione, la tenacia del medico: entrambi, alla fine, vincono le ragioni altrui con la sola forza delle proprie convinzioni.

Gianfranco Callieri

ZONA D’OMBRA

Peter Landesman

Usa – 2015 – 123’

voto: ***

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here