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Una decina di anni fa Dave Marsh, noto giornalista musicale che ha celebrato a più non posso Bruce Springsteen e scritto ovunque fra Creem-Rolling Stone-The Village Voice, riguardo Dion disse una cosa a dir poco illuminante: l’esimio Mister DiMucci, classe 1939, è l’unico artista rock debuttante negli anni Cinquanta che ha fatto “dischi significativi” in tutti i decenni della “musica nuova”. Contando che Jerry Lee Lewis negli anni Ottanta non incise dischi, Marsh non sbaglia. Poi di Dion si può aggiungere tutto quello che si vuole, che non si erra: per esempio, è sia l’uomo che ha inventato il rock newyorchese a partire dall’epoca Belmonts, e lo sappiamo bene che da Lou Reed al Boss dalle New York Dolls a Paul Simon fino a Billy Joel gli sono stati tutti molto adepti a livelli di chiara venerazione – sia l’uomo che, come Johnny Cash rappresenta la faccia country del rock & roll, è il volto che ha legittimato il rock in termini di italo-americans, quelli raccontati da Martin Scorsese nelle sue peregrinazioni nel Bronx dove, peraltro, Dion e/o i Belmonts non sono mai mancati a contrappunto musicale delle immagini.

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Adesso siamo negli anni Dieci, il settimo decennio nel quale Dion detta legge – e anche qui, con Marsh che senz’altro gode ancora per la sua brillante intuizione, il maestro newyorchese è ancora capace di “dischi significativi”. Prova ne è New York Is My Home, un album che in verità non ce lo aspettavamo così. Mesi fa vi fu un’anticipazione del tutto via duetto con Paul Simon che dà il titolo all’opera, pezzo dal bel gusto retró che gira su registri doo-wop a rievocare le strade e i bidoni fumanti della Grande Mela dei fifties – e, invece, Dion con New York Is My Home fa tutt’altro. Tolto il numero con Simon, l’impianto è quello di un rock-blues robustissimo dove a larghi tratti si respira il Bob Dylan-olocene fra Things Have Changed e Modern Times (2006) – tutto grazie anche alla solidissima produzione del grande Jimmy Vivino, tizio cresciuto alla corte di Al Kooper il quale poi ha fatto grande fortuna in TV come band leader dei programmi di Conan O’Brien.

Dion con Paul Simon
Dion con Paul Simon

L’apertura con Aces Up Your Sleeve è puro dylanismo e, davvero, ha più di una somiglianza con la già citata Things Have Changed – ma Dion non è uno che ricalca semmai espande, gioca, omaggia un vecchio amico – già, ricordiamo che Dion, su richiesta di Dylan, supervisionò le session elettriche di Bringing It All Back Home (1965), mica paglia. Anche quando si sposta a sud con Can’t Go Back To Memphis l’artista non perde il tiro metropolitano – il riff sarà anche molto Sun Records ma il marchio Big Apple non glielo toglie nessuno. E che dire di come in Ride With Me gioca con assoluta classe a fare il papà di tutti i rocker di NYC e zone limitrofe, con particolare riferimento ai suoi figliocci Bruce & The E Streeters? Anche qui, tutto perfetto.

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Come tutti i veri bolidi Dion, una volta che hai girato la chiave, non lo fermi più – e difatti su tutto svetta una ballata-capolavoro come Visionary Heart, dove Dion s’inventa estasi fra «strade, visioni e vecchie canzoni di Hank Williams» – produzione perfetta con molti abbellimenti ma niente fuori posto, di quelle senza tempo, e sopratutto vibrazioni a non finire. Inchino d’obbligo! Per chiudere, menzione garantita anche per la splendida cover di Katie Mae, storico pezzo di Lightnin’ Hopkins che già sfavillava anche nel repertorio Grateful Dead per voce di Pigpen – Dion elettrifica tutto con passo urbano, quello di chi sappiamo bene non suonare né bianco né nero ma decisamente e solo Bronx!

CICO CASARTELLI

DION – New York Is My Home (Instant Records)

Dion con il produttore di New York Is My Home, Jimmy Vivino
Dion con il produttore di New York Is My Home, Jimmy Vivino

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