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Con tutta la simpatia e anche tutto il rispetto che bisogna riservare a Francesco De Gregori, con più l’operazione Amore e furto prosegue, con più non convince. Quello che l’artista tempo fa aveva minacciato, si avvera o quasi: il tributo a Bob Dylan dal vivo non lo sciorina tutto brano e per brano e in sequenza originale del disco, ma fa un minimo shuffling di carte circoscrivendolo nel primo tempo dell’esibizione. Già alla lunga l’album si è rivelato un lavoro fatto con il freno a mano, con diverse cantonate di traduzione abbastanza incomprensibili se pensiamo che a farle sia comunque un grande, poetico artigiano della parola (Not Dark Yet/Non è ancora buio tradotta con una confusione che allibisce, come puntualizzato da diversi esperti dylaniani) – la poca fantasia di proporlo quasi pari-pari nel primo set del concerto, per dirla senza giri di parole, fa veramente cadere le braccia.

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Quello che FDG sembra aver proprio mancato è un punto fondamentale: Bob Dylan, che per primo si vanta di aver atteso sì e no 5-6 ore di lezione quando finì al college, è pura anti-scuola («Voi credete di poter fare un Bob Dylan a scuola? Non scherziamo…» – Paul McCartney, giusto un paio di anni fa) e il fatto che il Principe lo abbia affrontato sia nel disco sia dal vivo come farebbe un professorino con la giacca di velluto e tanta polvere addosso non gli fa molto onore – al contrario, gliene fa pochino. Affrontare Dylan, sia che si scriva sia che si canti sia che magari si voglia riportarlo in immagini, significa avere inventiva – e nel disco quanto live in Amore e furto l’inventiva è sovente latitante e, anzi, FDG & Band non di rado paiono degli sprovveduti che sono lì a gingillarsi con il genio, restituendolo con tanti colpi di superficialità. Prendiamo Gotta Serve Somebody/Servire qualcuno – dove Bob Dylan si affidò Jerry Wexler e Barry Beckett nel nome del miglior suono Muscle Schoals, Francesco e i suoi paiono un’orchestrina tipo fiera dell’uva che non sa dove andare a parare, un po’ cover band alla buona e un po’ dilettanti allo sbaraglio che se qualcun dell’entourage gli volesse bene invece di raschiare il barile a fini di lucro glielo direbbe: «Francé, era meglio quando facevi colpi dylaniani tipo I soliti ignoti anziché il traduttore in regola e buonista pronto per Fabio Fazio – RimmelAtlantideIl canto delle sireneNumeri da scaricareremember come il furto del songbook Zimmerman ti riusciva bene e con tanto amore?».

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Dai, va bene, visto che FDG ci piace, in fondo un minimo d’onore delle armi glielo concediamo, almeno in un paio di episodi. Desolation Row/Via della povertà vi ha messo quarant’anni a tradurla e si sente – Fabrizio De André gliela storpiò con un finale dedicato ad Adolf Hitler che davvero fu un tentativo maldestro ora finalmente aggiustato – dicevamo, Desolation Row è imponente, scalata bene, scalda i cuori, non tradisce la clamorosa poesia inchiodata per l’eternità in Highway 61 Revisited (1965) in una versione very full che così fatta, a fantasticare, avremmo visto bene nel repertorio dei Moving Hearts di Christy Moore – già, almeno qui siamo in vena di complimenti. E pure I Shall Be Released/Come il giorno è un gancio che fa male nel senso buono, grazie anche al subliminale e brillante innesto di Brownsville Girl sia nell’intro sia nell’arrangiamento del ritornello. Il problema è, come si dice, di attitudine: proporre Dylan in copia carbone non ha senso, Bob è fatto per essere ribaltato, riletto ex novo come hanno fatto in tempi e in modi diversi i migliori interpreti dylaniani ossia Nina Simone e David Bowie, Odetta e i Grateful Dead, Bryan Ferry e Chris Whitley, Caetano Veloso e i Byrds, Dion e i Fairport Convention, la Band e Jimi Hendrix. Fare Dylan con cattedratica verità in mano come lo farebbe un pedagogo qualunque, insomma, semplicemente non va bene: si cade nel cliché che il Maestro, primo e massimo interprete di se stesso, ha accuratamente sempre evitato in tutti questi decenni.

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Scordavamo – non è stato solo il tentativo mettersi la maschera Bob Dylan o, meglio, di fare l’Edmondo De Amicis del dylanismo. È stato anche un concerto di Francesco con le canzoni di De Gregori, nel secondo set. Ovvero un karaoke dove la voce è nasale e di carta vetro – anche lì, il cliché prende la mano con tocco troppo grottesco, anche se poi resta che brani quali A Pa’, RimmelBuonanotte fiorellino – fatta ben due volte: minimal-acustica a metà set e arrangiata fra Rainy Day Women #12 & 35 e le big band di Paolo Conte alla fine – Pezzi di vetroAdelante! Adelante!Santa Lucia – sempre la più bella di FDG, qui con una coda strumentale ispirata a Com’è profondo il mare di Lucio Dalla – La donna cannoneGenerale e Pablo siano tutti dei classici, di quelli autentici, della musica italiana. Ma li abbiamo amati di più – in un altro mondo, in un altro tempo…

CICO CASARTELLI

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