consoli cesena1E’ ormai il lontano 1996 quando Carmen Consoli, giovane e promettente cantautrice di Catania, produce “Due parole”, il suo esordio discografico. Venti anni dopo, con più di dieci dischi e una serie sterminata di concerti in tutto il mondo alle spalle, quella cantautrice è conosciuta da tutti come “la cantantessa”. “L’abitudine di tornare” è il suo ultimo disco, uscito dopo cinque anni di silenzio e ora in tour con uno spettacolo concepito per i teatri. In questa lunga pausa l’artista ha osservato la società dall’interno e vissuto l’intima esperienza della maternità tornando momentaneamente ad essere una comune cittadina nella sua ridente Catania. Con “L’abitudine di tornare” la Consoli propone dieci canzoni attraverso le quali racconta realtà di vita differenti e profondamente attuali, passando dal femminicidio e dall’omertà fino ad arrivare alle triste e note tragedie dei migranti. Ma l’abitudine – o la tentazione – più forte per una cantante viscerale e passionale come lei, è quella del rapporto con il suo pubblico.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei in occasione di uno dei suoi concerti in Romagna, al Carisport di Cesena.
Sei tornata sul palco dopo cinque anni di assenza. E’ prevalsa la voglia o la paura?
«Avevo voglia di tornare a suonare dal vivo. In realtà non ho mai smesso di farlo, ma per amici e in contesti ridotti. Per me è sempre una festa suonare, il momento di celebrazione massimo del mio essere musicista, sia sopra che dietro il palco. Non solo per la parte musicale ma anche per il valore umano che ricerco con i membri della band e i collaboratori, insieme ai quali costruiamo per il tour una sorta di famiglia allargata. Ho sempre vissuto il momento del tour come qualcosa di totale, molto più di un girare sale, club o palazzotti per suonare. È il terminale di ogni mio disco, un momento di festa e allo stesso tempo l’occasione per fare quello che in fondo per un musicista è la ragione più profonda del suo lavoro, l’incontro con un pubblico, con il tuo pubblico».
Come lo hai trovato?
«Un pubblico sempre attento che non ha accusato questa assenza. Anzi, è come se lo avessi lasciato ieri, anche se ovviamente lo vedo con occhi diversi, è inevitabile. Sono cresciuta e maturata e non è scontato avere negli anni lo stesso rapporto con il pubblico, forse non è neanche giusto. Ciò che non cambia mai è l’empatia e lo scambio emotivo, il rispetto istintivo con persone che hanno sempre creduto in te, ritrovandosi nelle tue canzoni e sostenendoti spesso dai primi tour. Il rapporto con il pubblico è parte viva e vibrante dei miei spettacoli».
Venti anni fa usciva il tuo primo disco, a che punto della tua carriera artistica ti senti oggi?
«Mi sento in un nuovo inizio. Ho voglia di sperimentare anche cose nuove, concentrami sulle orchestrazioni, sulla parte musicale e non solo sulla scrittura. Anche nella preparazione di questo tour mi sono concentrata e divertita a lavorare su orchestrazioni di brani vecchi in modo da proporli fedeli alla loro natura ma con una natura diversa, senza stravolgerli. Sono contenta di essermi fermata e aver ritrovato la stessa voglia e le stesse motivazioni dell’inizio, Non ho mai vissuto questa mia carriera come fosse un lavoro. Mi sono sempre detto che se non avessi avuto ispirazione, mi sarei ritirata, l’essenziale non sono io ma le canzoni, se ci sono bene, altrimenti posso fare anche altro. A Catania, a casa mia, sto benissimo. Fortunatamente sento ancora le motivazioni e l’ispirazione giusta per continuare, la passione, la voglia, l’amore per la musica».
Come hai trascorso questori ultimi anni lontano dalla luci della ribalta?
«Sono stati anni densi di avvenimenti , la maternità, gli impegni in famiglia, la quotidianità con le sue piccole grandi incombenze, ho dato una mano alla madre nelle attività di famiglia. Sono stati anche cinque anni bellissimi di incontri, di nuove amicizie. Mi sono goduta la mia città. Ho recuperato un po’ di tempo per me stessa. Per me la musica è una cosa di amore e cuore, non ci vivo. La faccio quando mi va, con libertà».
Lavori anche come produttrice per giovani gruppi. Come consideri il panorama della musica emergente italiana?
«Molto più a imbuto rispetto ai miei esordi, con meno spazi e meno alternativa. Negli anni novanta potevi crearti una carriera trasversale anche fuori dal mainstream. Facevi dischi e sopratutto tanti concerti in club pieni di gente, anche senza passaggi in radio. Per rimanere dalle vostri parti mi vengono in mente il Velvet di Rimini, il Vidia di Cesena, il Fillmore di Piacenza, per citarne alcuni, posti dove si ritrovava un pubblico numeroso, trasversale e alternativo. In tanti siamo cresciuti così, pensa a Max Gazzè, agli Afterhours, ai Marlene Kuntz, per citarne anche qui solo alcuni, oggi queste possibilità non ci sono o si sono atrofizzate. Non esiste, nei fatti, l’alternativa a talent show e Sanremo e, anche in quei casi, diventa tutto veloce, effimero, sopravvivono in pochi. Artisti buoni ce ne sono, musicisti validi anche, forse mancano i posti o il pubblico interessato a una certa offerta. Venti anni di vuoto culturale e politico sicuramente non hanno aiutato in questo».
“L’abitudine di tornare”…in Romagna, che rapporto hai, da siciliana, con questi luoghi?
«In Romagna mi sento sempre a casa. Il cibo, la generosità, l’abitudine al sorriso e all’incontro, l’essere su un confine da cui riuscite a prendere il meglio del sud -la solarità e l’accoglienza – e quello del nord -il dinamismo – senza mai dimenticare la condivisione e l’importanza dello stare insieme. È un posto dove si vive bene e dove certi valori sono ancora alla base del modo di intendere, costruire e vivere la società».

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