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Dicono che coi santi, oltre che non scherzarvi, bisogna fare solo una cosa: venerarli. Così capita con Mavis Staples, fra le massime figure del gospel/blues/soul/folk yankee, una che ha cominciato la propria carriera nel 1950 tondo alla corte, naturalmente, degli Staple Singers iniziati da suo padre Pops. Dicono anche che Mavis, da che nel 2007 Ry Cooder le produsse un disco, sia in pratica ripartita con una nuova carriera – non è vero, roba per i tanti scopiazzatori di note stampa che abitano i giornali ossia quelli che non verificano mai nulla, poiché la Lady di Chicago non se ne è mai andata e, anzi, ha sempre fatto tanti concerti e sempre inciso dischi spesso con l’aiuto di gente con il nome pesante anche nell’arco compreso fra gli anni Settanta e Novanta: Prince, Steve Cropper, Curtis Mayfield e Jerry Wexler.

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Dopo la splendida doppietta di dischi prodotti con mano sicura da Jeff Tweedy (Wilco), adesso la palla passa a M. Ward, di suo bel cantautore in proprio ma pure metà del duo She & Him. Ward s’inventa il colpo gobbo – difatti Livin’ On A High Note è un album composto di brani scritti per l’occasione da una pletora di artisti col nome appariscente: Nick Cave, Justin Vernon aka Bon Iver, Valerie June, ovviamente lo stesso M. Ward, Neko Case, Ben Harper, tUnE-yArDs e diversi altri. Naturalmente la dominatrix è Madame Staples, che con la sua voce capace di mille toni e infinite profondità fa di nuovo jackpot con un album di quelli irresistibili – giusto perché come lo stesso M. Ward ha scritto nel numero molto folkie che chiude la parata, MLK Song, Mavis canta un verso che le calza come fosse il suo manifesto: «Alla marcia per la pace ditegli che io suono i tamburi», e chi se non lei a dettare il tempo, ferreamente?

Mavis Staples con gli Staple Singers negli anni Sessanta
Mavis Staples con gli Staple Singers negli anni Sessanta

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La primissima cosa che tutti giustamente andranno a curiosare, scommettiamo, è Jesus Lay Down Beside Me, pezzo di Nick Cave primo ad apparire dopo la tragedia che lo scorso anno ha investito l’artista australiano e la sua famiglia – averlo dato a una grande healer (leggi “guaritrice”) come Mavis sembra avere significato profondo, o almeno ci piace pensare che sia così. E del resto il brano è quanto meno strepitoso: quattro minuti di elegia gospel che Mavis canta con un trasporto magnifico ma anche con la leggera ingenuità di una voce che per 3/4 di secolo ha visto di tutto ma che ancora culla la bimba che vive in sé. A Brighton, in quel di casa Cave, all’ascolto si saranno molto commossi – con tanta ragione.

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Nella dozzina di brani che compongono Livin’ On A High Note vi è di che godere, cominciando proprio con quello guida – perla scritta da Valerie June che qui è presente pure in session e che è capace di non sfigurare quando mette la sua voce accanto a quella di Mavis. Il godimento continua anche con Dedicated, pezzo di chiara matrice Band scritto da M. Ward con Justin Vernon aka Bon Iver – tutto materiale con cui Mavis Staples va a nozze che è un piacere. In chiusura, visto che ci piace lasciare la scoperta dell’intero lavoro a chi di grazia vi dedicherà tempo (ben speso), non possiamo tacere sui quasi tre minuti di History, Now scritti da Neko Case: Mavis e Ward s’inventano un duetto con una vecchia gloria del soul come Donny Gerrard (chi si ricorda degli Skylark?), definitivo gancio del ko di un’opera riuscita in tutto e per tutto. Già, stiamo parlando di Mavis Staples – che non ne ha mai sbagliata una, sempre vivendo sulla note alta!

CICO CASARTELLI

MAVIS STAPLES – Livin’ On A High Note (ANTI Records)

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