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Di Paul Westerberg, noto per la granitica scostanza a 360°, quello che colpisce ed esalta è come egli abbia fatto carta igienica del marketing, lui che poteva essere il re del mondo e invece è solo uno dei più grandi rocker-songwriter americani usciti dagli anni Ottanta (il più grande? Ai posteri…), peraltro ruolo che di per sé, chissà come mai, ha rifuggito in modo potremmo dire maniacale. Con alle spalle pietre miliari come l’intera discografia dei Replacements e opere in proprio intense e brillantissime come l’indimenticabile 14 Songs (1993), poi sembra che che se ne sia fregato di tutto e di tutti: album tipo chi-mi-ama-mi-segua, dischi sotto falso nome, bizzarre colonne sonore, mini album pubblicati alla rinfusa, pubblicazioni solo via Internet che noi abbiamo raccolto certosinamente, caro Paul, non credere – per farla breve, come se Paul sapesse comunque di essere il migliore e, in quanto tale, gli è lecito fare di tutto e il contrario di tutto, tipo rimettere insieme i Mats per una reunion live che tutti pensavano potesse essere simile a quella dei Pixies (leggi reunion milionaria) ma che lui ha lasciato naufragare come da regola implicita della sua carriera. E senza contare che gente tipo Wallflowers, Soul Asylum e Counting Crows hanno venduto vagonate di dischi sulla sua pelle e su quella della leggendaria band di Minneapolis. Ma siamo convinti che a Paul, anche di questo, freghi men che meno.

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Quindi? Quindi, giusto per alimentare la confusione con nuova anarchia, ecco che Paul s’inventa i fantomatici I Don’t Cares, che tradotto significa I Chissenefrega – stiamo o no parlando di Westerberg? Bene, prendere o lasciare – noi prendiamo, sempre. I Chissenefrega non sono altro che lui in compagnia di un’altra tizia scorbutica qual è Juliana Hatfield, una che in venticinque anni e passa ha montato e smontato band (Black Babies, Lemonheads, Some Girls, Minor Alps) nonché inciso una valanga di dischi. Per farla breve, i due si sono ritrovati e hanno inciso questo Wild Stab, che per la verità è un album di Paul quasi in toto: Juliana è protagonista solo in due o tre brani dei sedici, mentre per il resto sta dietro a Paul. E, gente, qui garantiamo che si tratti di un grande Westerberg, di quelli che non bisogna farsi sfuggire sebbene lui faccia di tutto per non farsi acchiappare.

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Già l’iniziale Back spiega l’umore del tutto: batteria piena, quella distintiva dei Replacements, passo svagato ma che ti avvolge subito e una narrazione unica sebbene sguazzi nell’indolenza. Dal primo numero però corriamo subito all’ultimo, il sedicesimo, Hands Together: a bruciapelo vien di dire che si tratti in assoluto di uno dei pezzi più belli del grande rocker, lo-fi pieno di finezze che si trascina per quasi sette minuti come solo Paul è capace di fare e con un testo dove è facile perdersi a suon di metafore. Avete capito bene, capolavoro!

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Altra perla, cantata all’unisono dai due, è Kissing Break, ballata acustica che porta senza accorgersene agli anni Ottanta, quelli del Breakfast Club di cui i Mats furono imbattibili mattatori. Ve la ricordate la pianistica, delicata Born For Me messa in Suicaine Gratification (1999)? Rieccola, qui tessessimo rock & roll di pura marca Stones – con Paul che ci sguazza che è un piacere, tipo che sono sempre le solite tre carte ma dipende da chi le ha in mano. Concetto ribadito anche negli altri momenti migliori di Wild Stub – King Of AmericaOutta System e Whole Lotta Nothin’ – un disco che sì, riporta Paul Westerberg a cavallo di quel “vento che sfugge” (il Runaway Wind!) che solo lui sa come affrontare.

CICO CASARTELLI

PAUL WESTERBERG & JULIANA HATFIELD/THE I DON’T CARES – Wild Stab (Dry Wood Music)

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