Mariangela Gualtieri - foto di Melina Mulas
Mariangela Gualtieri - foto di Melina Mulas
Mariangela Gualtieri – foto di Melina Mulas

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In che modo il lavoro registico di Cesare Ronconi si è messo in dialogo con l’inedita presenza del pianista Stefano Battaglia?

Cesare si è avvicinato in punta di piedi a questo nostro duetto, in modo alchemico, cercando di trasformare in oro i nostri suoni, con un intervento delicatissimo di gocce, milligrammi, millimetri. Sappiamo bene che scene e movimenti ridondanti disturbano l’ascolto, più che aiutarlo.

Parallelamente come è variato il tuo dire rispetto alle passate collaborazioni con musicisti?

Per la prima volta mi trovo a mio agio pienamente, e non mi manca il silenzio – che invece in altre esperienze restava sempre per me lo sfondo più vivo. Con Stefano provo per ore, in una felicità espressiva di lunga durata.

Hai ascoltato per la prima volta Stefano Battaglia nella chiesa di Bose. Ci racconti quel viaggio?

Mi trovavo lì insieme a Lorella Barlaam, invitate ad una collaborazione con la casa editrice monastica. Terminato il lavoro siamo rimaste un po’ con gli amici di Bose e la domenica Stefano teneva il suo concerto nella bella chiesa del convento. Già l’incontro con lui, prima di ascoltare la sua musica, mi aveva sorpresa, per la sua conoscenza e rispetto della parola poetica, per le cose semplici e intense che mi ha detto. Io non conoscevo il suo lavoro e lui non conosceva il mio. Appena entrambi siamo entrati nel mondo dell’altro, è nato un genuino e raro entusiasmo.

Hai scritto un testo ad hoc per questa occasione?

Sì, un poemetto sui colori, un testo lirico nel quale i colori vengono cantati come potenze sonore, vengono ascoltati e auscultati, come se dentro fossero carichi di forza acustica. In questi giorni di prova abbiamo definito la drammaturgia che ora risulta composta una decina di stanze. Ogni stanza si apre in astratto con una porta di un colore e introduce al panorama sonoro che, a quel colore, è legato. Una struttura semplice e molto efficace. Dunque ogni colore è introdotto da versi inediti, mentre nelle varie stanze il pubblico ritroverà versi miei già editi. Ma anche per questi ultimi si tratta di una riscrittura perché la musica di Stefano Battaglia mi obbliga, felicemente, ad un diverso dar voce.

I tuoi riti sonori stanno girando in lungo e in largo l’Italia e non solo. Perché tanto apprezzamento secondo te?

Credo che i motivi siano vari: prima c’è il lavoro fatto con Cesare che davvero mi ha guidata, sia nella scoperta della mia voce, sia nel trovare quel punto preciso dal quale pronunciare il verso: un punto di nudità e dimissione, di servizio alla parola. Poi c’è la cura che ho dedicato in tutti questi anni (sono ormai trenta) alla resa orale del verso. E in fine, forse, c’è la frontalità della mia parola, scolpita e asciugata da trent’anni di teatro, di semplificazione della lingua che la scena mi ha imposto. Cioè un lungo tempo di esperienza nell’oralità. E in fine il bisogno delle persone di ascoltare un linguaggio d’anima, quale la poesia è, una parola che vada da una interiorità ad un’altra, esperienza, quest’ultima, della quale non possiamo fare a meno e che però ci si presenta sempre più raramente.

MICHELE PASCARELLA

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18 – 23 aprile, ore 21 – Cesena, Palcoscenico Teatro Bonci – piazza Guidazzi – info: 0547 355959, teatrobonci.it, teatrovaldoca.org

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