Scena Madre, La stanza dei giochi - foto di Jacopo Niccoli
Scena Madre, La stanza dei giochi - foto di Jacopo Niccoli
Scena Madre, La stanza dei giochi – foto di Jacopo Niccoli

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«In segreto, molti di noi non sono più certi che il teatro abbia una funzione e il diritto di esistere nel mondo d’oggi»: inizia così La fortezza vuota. Discorso sulla perdita di senso del teatro, denso documento che Massimiliano Civica e Attilio Scalpellini hanno elaborato tra Roma e Prato nei mesi di settembre e ottobre 2015.

È un testo che ha fatto e farà molto riflettere e dibattere gli appartenenti a quella (micro) società teatrale italiana contemporanea della quale, purtroppo e per fortuna, negli spazi della Casa del Teatro di Faenza non c’è praticamente traccia.

Purtroppo, perché ciò ha a che fare con le modalità per stabilire l’identità dei soggetti che operano in un campo. Chi parla? O meglio: chi è autorizzato a parlare? Se per un medico, ad esempio, tale diritto è sancito da un atto di investitura esplicito (laurea, specializzazione, ecc.), nel mondo delle arti tutto è decisamente più fluido: una conquista sul campo. Certamente grande (e sempre maggiore) importanza hanno i contatti personali, le pubbliche relazioni, gli incontri: esserci, nella società teatrale di cui sopra. Chi non è presente, sia detto sinteticamente e brutalmente, semplicemente non esiste.

Per fortuna, perché quell’enclave di critici-pubblico-addetti ai lavori è sostituita, in questa sala, da un vitalissimo, proteiforme pubblico “vero”, in parte composto da migranti. È una cosa che anche nei più illuminati foyer della regione semplicemente non accade, esito di un paziente e capillare lavoro che da anni il Teatro Due Mondi porta avanti con rigore e leggerezza. Non è questa la sede per rievocare, seppur per sommi capi, la quasi quarantennale vicenda di un pervicace e rigoroso ensemble che negli ultimi anni ha moltiplicato gli intrecci con i “non attori”, a sostegno della libertà e dei diritti di ciascuno.

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relazione

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Nella crisi di senso cui si accennava all’inizio, in una scena teatrale sempre più autoriferita, spesso in bilico tra concettuosi narcisismi e mal celata aggressività da “geni incompresi”, la proposizione politica e culturale faentina si staglia per solida differenza.

Ben poco si concede alle mode, nella programmazione di una stagione non a caso intitolata Un teatro di relazione. Il regista Alberto Grilli, per dire, è più impegnato ad accompagnare agli spettacoli e riportare a casa con il furgone della Compagnia un gruppo di giovani migranti che a telefonare a qualche critico (con il pro e il contro che una tale scelta porta con sé).

In questo senso l’appuntamento più “fuori luogo” è stato, forse, quello più à la page: In girum imus nocte del coreografo Roberto Castello, acclamato e “di moda” su molti palcoscenici italiani negli ultimi mesi, arrivato alla Casa del Teatro per pluriennale reciproca stima.

Tra i vari appuntamenti seguiti vale accennare almeno a La stanza dei giochi, messo in scena dal gruppo Scena Madre il 19 marzo scorso: non perché migliore di altri spettacoli in cartellone, ma in quanto particolarmente esemplare di un modo inusuale, “rovesciato” di intendere l’esperienza della scena che pare rispecchiare con esattezza la peculiare proposta del Teatro Due Mondi.

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Scena Madre, La stanza dei giochi - foto di Jacopo Niccoli
Scena Madre, La stanza dei giochi – foto di Jacopo Niccoli

 

Due bambini di circa dieci anni abitano uno spazio pieno di giocattoli presentando (più che “rappresentando”) le molte facce della relazione che gli umani agiscono nell’incontro: curiosità, sopraffazione, perdita, fiducia, consolazione, …

Non è la riproduzione della realtà ad essere messa in scena, appunto, ma le tensioni che la governano.

Cosa si va a vedere, dunque, quando si assiste a questo spettacolo di Scena Madre?

La verità in forma di immagine.

Verità e non -si badi bene- quotidianità: La stanza dei giochi si sostiene su un dispositivo del tutto definito, su una precisa partitura eseguita con esattezza, finanche professionalità, senza nulla concedere all’improvvisazione.

Con delicata e ariosa intelligenza propone allo spettatore la straniante esperienza di ribaltare le età di chi abitualmente produce e fruisce questi eventi: mette la centro il gioco serissimo di un teatro fatto non solo per ma dall’infanzia, termine che letteralmente rimanda all’età in-fatica, “in cui non si parla”. Ed è nei silenzi, nelle pause, negli sguardi muti e nelle lievi sospensioni la cifra, impietosa e al contempo leggiadra, del lavoro ideato con sensibilità e mestiere da Marta Abate e Michelangelo Frola.

Una laica e umanissima ricerca, La stanza dei giochi e la stagione che l’ha accolta, di un modo diverso di essere nel mondo per mezzo del teatro.

Una paziente costruzione della grazia.

«Una “grazia” che sembra non esercitare alcun peso sul presente» concludono gli autori del documento ricordato in apertura «Ma non appena si sarà placato il “mormorio delle voci scoraggianti”, non sarà difficile riconoscere in essa quella gioia chimerica che ciascuno di noi ha provato la prima volta che sul palcoscenico ha sentito o visto la vita, finalmente, cambiare».

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MICHELE PASCARELLA

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Casa del Teatro, via Oberdan 7/A, Faenza – info: teatroduemondi.it

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