Non mi capita spesso, nelle pagine di questa rubrica, di consigliare libri. Certamente imparo molto parlando con contadini, giardinieri ed artigiani, ma anche leggendo, e la mia piccola “biblioteca verde” contiene alcuni titoli classici di cui difficilmente potrei fare a meno. L’ultima acquisizione è un manuale a lungo desiderato, che riappare in libreria a quarant’anni dalla prima edizione: Il grande libro dell’autosufficienza di John seymour (Arianna Editrice, 409 pagine, 29 euro). Un libro importante, che ha riscontrato un successo planetario, che insegna a far da sé in maniera ecologicamente responsabile; un libro ben scritto e illustrato con cura, che mostra come soddisfare mille necessità quotidiane in maniera autonoma e creativa, dall’alimentazione alla casa, dall’abbigliamento alla costruzione, dalla gestione dei rifiuti alla produzione di energia.

La filosofia di Seymour, che nei suoi novant’anni di vita (1914-2004) ha instancabilmente viaggiato, sperimentato, e pubblicato libri sul tema, viene spiegata a fondo nel primo capitolo e nell’ultimo: è chiaro fin da subito che non si intende l’autosufficienza come ritorno a un passato idealizzato, ma come una lotta “per un tenore di vita più elevato”, che consiste nel mangiare buon cibo, nell’abitare una casa funzionale e comoda, nel godere di buone relazioni sociali, nel vedere il senso di ciò che si fa. Lotta mi sembra un termine adeguato, perché tutto questo implica un notevole sforzo e non avviene dall’oggi al domani; l’autosufficienza “totale” può essere vista come il miraggio verso cui si cammina, e questo cammino non è uguale per tutti…

A differenza di Fukuoka, e della sua “agricoltura del non fare”, Seymour afferma che c’è molto, molto da fare. Credo che il sottotitolo dell’edizione italiana “Istruzioni pratiche per vivere meglio risparmiando” sia inappropriato e riduttivo: non si tratta solo di spendere meno denaro, ma di cambiare mentalità: “Non abbiamo mai avuto una vera e propria motivazione consapevole all’autosufficienza. Abbiamo pensato, come tante altre persone, che sarebbe stato bello coltivare le nostre verdure. Ma vivere qui ha trasformato la nostra scala di valori. Abbiamo capito che non avremmo più dato agli oggetti e alle cose materiali la stessa importanza che altre persone vi danno. Inoltre, ogni volta che acquistiamo qualche oggetto prodotto a livello industriale vogliamo sapere che genere di persone lo ha fabbricato -se si sono divertite o sono rimaste vittime della noia e che tipo di vita conducono. Vogliamo sapere dove viene svolto il lavoro. (…) Vogliamo sapere quali progressi sono stati fatti, perché si può progredire in tante direzioni diverse”.

Detto questo, alcuni potrebbero non apprezzare l’approccio del libro al tema alimentazione, che include ogni sorta di prodotti di derivazione animale (dalla costruzione della stalla alla macellazione, ad esempio); tuttavia la parte dedicata alla coltivazione è preponderante, e non mancano indicazioni su come trarre sostentamento dalla natura selvatica.

Il pregio del libro è di mettere insieme diversi lavori seguendoli passo passo e mostrando i collegamenti tra loro, cioè ricostruendo la filiera artigianale dalla produzione della materia prima al prodotto trasformato; così dove si parla di cucina si comincia dalla raccolta e conservazione del cibo, dove si spiega come fare il formaggio si comincia dal fienile e dalla stalla, e per fare la birra si parte dalla coltivazione del luppolo e dell’orzo. Per questo, oltre ad essere “molti libri in uno”, Il grande libro dell’autosufficienza non è solo un manuale, ma anche un testo divulgativo che ci rende un po’ più consapevoli del nostro impatto ambientale.

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