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Visto che ci piace non tergiversare, visto che non vendiamo dischi ma di dischi ci piace parlare, lo diciamo: gli anni Duemila di Tom Petty, specie quelli targati Heartbreakers, non sono stati indimenticabili, anzi. Tolto l’ottimo Highway Companion (2006) che lo riuniva a Jeff Lynne, difatti i vari The Last DJ (2002), Mojo (2010) – serio candidato a peggior disco degli Spezzacuori – e Hypnotic Eye (2014) sono parsi davvero opere con il fiato corto, fatte più che altro per adempiere a obblighi contrattuali e quali scuse per accendere il motore in vista dei sempre sold out e sempre infuocati tour.

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In mezzo a tutto ciò, però e per fortuna, Petty, Mike Campbell e Benmont Tench si sono inventati i Mudcrutch, che non sono altro che i pre-Heartbreakers, ossia la band con cui giravano gli stati del sud nei primi anni settanta – con loro Tom Leadon – fratello di Bernie Leadon, il grande ex Dillard & Clark, ex Flying Burrito Brothers ed ex Eagles – Randall Marsh: tutti quanti nel 2008 diedero alle stampe il primo omonimo album che, sorpresa, fu un bel jeb ripetuto nel nome dei loro amori giovanili, specie i Grateful Dead – vedi il traditional Shady Grove e il torrenziale originale Crystal River nonché sia bene ricordare che Campbell è un lifelong Deadhead.

Mudcrutch 1971
Mudcrutch 1971

Adesso tocca a Mudcrutch 2, che a grandi linee segue il sound del precedessore anche se ai primi ascolti, oltre ai Dead, si ispira a piene mani anche ai Buffalo Springfield e a tutta la British Invasion – e pure qui, tutte influenze consolidate degli Heartbreakers. Il disco è un bel divertimento senza sovrastrutture, una valvola di sfogo rispetto a un business strutturato come quello di Petty e dei i suoi nel loro regular daily job: tutto suonato perfettamente, con il solito potente drive Spezzacuori e forse anche un po’ di nostalgia per quello che i Mudcrutch erano decenni fa. E a proposito di nostalgia, bello sentire come nel testo di Trailer evochino i Lynyrd Skynyrd – per i quali i Mudcrutch aprirono diversi concetti nei primi anni Settanta – oppure l’impercettibile nod ai Little Feat di Dixie Chicken in Dreams Of Flying: praticamente un viaggio alla ricerca del proprio DNA.

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Poco sopra dicevamo di come Crystal River suonava Grateful Dead fino all’ultima nota – qui lo stesso gioco è intrapreso in Beautiful Blueballad che più Jerry Garcia non si può e che già immaginiamo in versioni iper-dilatate quando i Mudcrutch torneranno a calcare i palchi (cosa, peraltro, prevista). Quando si prosegue Mudcrutch 2 tutto è un bel slalom di vecchio blues-beat d’assalto stile Animals con Hope, di tono disteso con Hungry No More – anche qui i Dead sono lì che aleggiano che è un piacere – di bluegrass accelerato con The Other Side Of The Mountain – si sente che Tom Leadon è il fratello di Bernie, eccome – e di eco acustico tardo Byrds con I Forgive It All – così Roger McGuinn che pare uscita da (Untitled) (1970). Discreti anche i passaggi dove a cantare non è Tom Petty tipo in Victim Of Circumstance e in Welcome To Hell, a conferma che l’essere informale è la forza del progetto messo in piedi dagli Spezzacuori in permesso ferie e dai loro amici ritrovati.

CICO CASARTELLI

MUDCRUTCH – Mudcrutch 2 (Reprise)

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