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Chi conosce Vinicio Capossela ha sentito parlare de Canzoni della Cupa per una decina d’anni abbondanti – lo incrociavi di qua o di là e lui ti accennava di questo fantomatico “disco folk” che sembrava essere cosa davvero mitologica, strampalata e campata per aria. Intanto, passavano gli anni e Vinicio di dischi ne ha pubblicati diversi, di cui uno doppio – ed eccola la prima sfida, da un doppio di mare come Marinai, profeti e balene con (splendida) appendice Rebetiko Gymnastas, adesso si passa a un doppio saldamente di terra – anzi, qui la terra bisogna scalarla fra sudore e lunghe scarpinate. Verrebbe di dire come Fabrizio De André che si lasciava alle spalle le onde di Crêuza de mä per elementi diversi come Le nuvole e le Anime salve.

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Vinicio Capossela con Howe Gelb, Alessandro Asso Stefana e chi capita...
Vinicio Capossela con Howe Gelb, Alessandro Asso Stefana e chi capita…

Canzoni della Cupa è come se il Tom Waits cubista all’estremo di Orphans incontrasse Matteo Salvatore, grande e molto dimenticato folk singer ante litteram del Mezzogiorno che Capossela stesso una volta descrisse come «il più grande cantore sullo sfruttamento» – e in verità accade perché di tutto ciò Vinicio né è sintesi sia per background sia per evoluzione. L’America che incontra il Sud Italia, quello lontano dalle cartoline napoletane o dagli yacht in giro d’estate per i mari di Sicilia. Qui siamo a Calitri, piena Irpinia – dove da una parte si apre la Campania, dall’altra la Puglia e dall’altra ancora la Lucania: e di quei panorami Vinicio ne ha fatto musica, coinvolgendo molti dei suoi amori musicali acchiappandoli o riacchiappandoli dopo una lunga rincorsa: Los Lobos, Flaco Jiménez, Calexico, Howe Gelb – ospiti che arricchiscono un caleidoscopio musicale bello ma pure difficile da decifrare. Ma lo sappiamo, le sfide sono il pane di Vinicio. Questa è musica tridimensionale: la vera rivelazione sarà quando tutto affronterà il pubblico, com’è stato e come sarà per qualsiasi artista degno di questo nome. E in tal senso sarebbe bello se Vinicio qualche concerto lo andasse a fare per qualcuno di quei piccoli ma determinati organizzatori che da anni (decenni) sono impegnati nell’allestire concerti folk di nome e di fatto: in Italia ve ne sono diversi, basta cercarli.

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Vinicio Capossela con Flaco Jiménez
Vinicio Capossela con Flaco Jiménez

Nel suo essere né bianco né nero ma seppia come la copertina che lo presenta, i ben ventotto brani che formano l’album sono un concept Magnus Opus che unisce di tutto, alto e basso, poesia e vernacolo popolare, chitarre apparentemente scordate e orchestrone di paese. Polvere e Ombra, come sono suddivisi i due dischi. Lo spiega bene, nelle note che accompagnano Cupa, Franco Fabbri degli Stormy Six, al pari con lo scomparso Michele L. Straniero il più grande studioso di musica popolare italiana: «Tutto il lavoro porta i segni di quel Sud continentale, di quell’atmosfera più lucano-pugliese che campana, ma Polvere è più aspro, ruvido: risultato, si direbbe, di un incontro con i temi e i materiali musicali ancora “crudo”, ma anche dell’abbondanza di brani tradizionali, adattati da Capossela, o di Matteo Salvatore e altri autori popolari. Mentre il rapporto si rovescia in Ombra, dove i brani non interamente di Capossela sono soltanto due. Curiosamente, e la cosa è troppo netta per essere casuale, tutte le canzoni di Ombra – con l’eccezione della ghost track – sono in modo minore, mentre in Polvere c’è una grande maggioranza di canzoni in modo maggiore, dodici su sedici. Polvere, dunque, si basa largamente su un lavoro di adattamento e ri-esecuzione di materiale tradizionale, in parte registrato dallo stesso Capossela, che ha incontrato informatori locali, mentre Ombra è il lavoro di un autore interprete, che ha preso evidentemente lo spunto dai contenuti e dallo stile del materiale tradizionale».

Matteo Salvatore (1925 – 2005)
Matteo Salvatore (1925 – 2005)

Poi gli invitati – che elevano il disco da local folk a global folk, e viceversa. I primi che si incontrano sono i Los Lobos, i quali colorano La padrona mia di puro Kiko, il loro disco dei primi anni Novanta che portò il guitarron, la jarana, il requinto jarocho, l’accordion e tanto altro nell’avanguardia (che pochi colsero) – chi vi sente tanto eco di Saint Behind The Glass ma anche dei traditional de La pistola y el corazón non sbaglia, e apprezzerà. Stesso dicasi per Franceschina la calitrana: fra la musica tradizionale irpina e il puro Ry Cooder di cantina modello Show Time non vi è differenza nel mondo Capossela – e infatti fa capolino nientemeno che sua maestà Flaco Jiménez, il tornado del Texas re del conjunto-norteño-tejano dove tutto fa sopa mexican. Non sfugga poi la Banda della Posta con fugace ma significativa comparsa di Giovanna Marini in Dagarola del carpato, storia di donna innamorata e pazza di dolore. Tutto questo Vinicio lo chiama western calitrano – come dargli torto?

Vinicio Capossela con i Calexico
Vinicio Capossela con i Calexico

L’altro cuore del disco architettato da Capossela, peraltro immaginiamo con il forte contributo del chitarrista e co-produttore Alessandro Asso Stefana (Guano Padano), è però laddove compaiono Howe Gelb dei Giant Sand e i Calexico (che, meglio ricordarlo, nacquero proprio come costola dei Giant Sand). Con i banditi dell’Arizona Vinicio infila momenti vibranti come Scorza di Mulo – qui vi è anche David Hidalgo con la sua chitarra che con quella di Asso Stefana forma quasi una sceneggiatura programmatica – La creatura della CupaSonettiLa notte di San GiovanniComponidori, fino a dove corre Il treno, che come nelle migliori storie di frontiera, non importa se in Irpinia o in Arizona, tutto si porta via lasciando vuoto, santa desolazione e il vento a soffiare – che magari poi un dì quello stesso treno torna a scaricare altre storie.

CICO CASARTELLI

VINICIO CAPOSSELA – Canzoni della Cupa (La Cupa/Warner)

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