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La prima cosa che bisogna sottolineare di questo concerto è la dignità con cui è stato organizzato: Hugo Race chiaramente non una rockstar che smuove folle (ahinoi!), lo si è visto spesso suonare in bettole degradate (non che i palasport o gli stadi delle grandi rockstar qui da noi non siano bettole degradate, in gigantografia e a cento euro a botta…), pertanto un sentito plauso a Gigi Bresciani e alla sua Geo Music che, da anni, organizzano concerti in luoghi di pregio e riservando all’artista di turno il meglio che le possibilità d’allestimento consentono. Imparassero qualcosa i tanti altri promoter italiani, o supposti tali: musica e dignità possono essere sinonimo.

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Nella peculiare cornice dell’azienda agricola Angelo Pecis di San Paolo d’Argon (Bergamo), l’occasione è quella di rivedere in azione Hugo Race con i riformati True Spirit, nell’ultimo annetto protagonisti di una reunion (reunion per quanto può esserlo quella di un gruppo con line up flessibile come la loro) che ha portato un disco (Spirit), un EP (False Idols) e naturalmente la solita messe di (molti) concerti – giusto per non smentire l’iper attività che da sempre distingue il leader. Il rituale, con forse meno foga ma molta più esperienza, non cambia molto dai giorni belli, quelli che portarono grandissimi dischi come Rue Morgue Blues (1988), Earls World (1990), Second Revelator (1991), Spiritual Thirst (1993) e Valley Of Light (1996) – è l’ennesimo camuffamento blues di Race, esplorazione alla ricerca del DNA delle dodici battute, per definizione circoscritte in teoria ma ampissime in pratica – come vuole la regola True Spirit. L’incrocio di sguardi e di strumenti, specie fra Hugo e il magnifico wizard multiuso Michelangelo Russo, impone un’alchimia davvero unica se non trascendentale, come se tutti insieme avessero trovato la sintesi fra il blues post-moderno e l’antica spiritualità.

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La rimpatriata non è comunque all’insegna della festa, del come-eravamo – Hugo e i suoi sono ancora capaci di guardare avanti, di emozionare senza cercare di farlo con ostentazione: la loro musica era work in progress negli anni Ottanta/Novanta e lo rimane ancora adesso che hanno preso di nuovo il filo del discorso. Il resto che bisogna dire è semplicemente che un concerto come questo, con intorno cielo plumbeo che minaccia pioggia e fastidiosa frescura che batte, è solo che: Falso IdolsElevate My LoveMan Check Your WomanSleepwalkerWildcardsHematiteBring Me WineLip ServiceMagnetic GirlHigher Power, l’unica concessione al vecchio repertorio L.S.D. Is Dead e anche di una quasi-cover quale Poor Boy – rielaborazione di un rimasuglio-pizzino del vecchio amico Jeffrey Lee Pierce, lo scomparso leader dei Gun Club –sono l’ennesima prova che il randagio principe di Oz e i suoi cavalieri apolidi, dopo tutti questi anni, sanno regalare quel brivido dove non si capisce se il salto sia o nel vuoto o perlomeno nel lato oscuro.

CICO CASARTELLI

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