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Vi fu un periodo a cavallo fra anni Ottanta e Novanta quando i Jane’s Addiction furono, senza discussione, il più grande gruppo rock americano del pianeta – e probabilmente, tout court, i più squisitamente originali eredi della tradizione di Los Angeles iniziata con i Love e i Doors. Da allora è passato un sacco di tempo ma Perry Farrell & Co possono ancora mandare chiunque in overdose di adrenalina come provato da questo incendiario concerto davanti a una platea sold out nonché accompagnati da ben quattro sexy go go girls di grande impatto scenografico. Grande cabaret, in tutto e per tutto.

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Probabilmente Peretz Bernstein aka Perry Farrell non ha più niente da chiedere al proprio soddisfatto ego: la scalata al successo, da frustrato adoratore dei dischi SST che era ai trionfi con i Jane’s, i Porno For Pyros e naturalmente con il festival Lollapalooza che inventò con anche molto tasso di rischio, gli è riuscita benissimo – molti, a Venice Beach e dintorni, lo tacciavano di arrivismo, lui che era forestiero arrivato dal Queens di New York: invidia o verità? Scuseranno i detrattori ma l’artista c’è, eccome. Adesso che non manca molto ai sessant’anni (!!!!) fa la parte del guru a mille all’ora, e gli riesce benissimo: il physic du role è tutto dalla sua e stessa cosa per il repertorio dei Jane’s, che di tutta l’ondata generation X/alternative/grunge è fra i più solidi (il più solido?) – com’è giusto che sia anche per loro, adesso siamo in epoca revival – di quello fatto bene.

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Perry Farrell, Stephen Perkins, Dave Navarro e Chris Chaney (quest’ultimo subentrato a Eric Avery oramai da vari lustri) arrivano sul palco ed è subito pandemonio con Stop!, tribalismo metropolitano con Perry in palla che in pochi istanti spiega la differenza fra coloro che furono Re e i pischelli che una chitarra la tengono in mano per farsi dei selfie. Loro che, volendo, potrebbero essere la vera cianografia che ispirò Point Break (1991) di Kathryn Bigelow, di tregua non ne lasciano: sparando in modalità atomica in un set che deflagra tutto il loro disco più celebre, Ritual De Lo Habitual (1990), proposto da capo a piedi e in sequenza originale – in poche parole, roba feroce. Passata Stop!, tocca a No One’s LeavingAin’t No RightObvious, il singolone che tutte le band di quel tempo avrebbero voluto scrivere Been Caught StealingThree Days – devastante ode junkie e climax assoluto dell’intero concerto nella dozzina di minuti che dura – Then She Did…Of Course, fino allo straniato commiato Classic Girl, il rituale dell’abitudine è vecchio di un quarto di secolo ma non sembra cedere al tempo.

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Passato Ritual De Lo Habitual, vi è ancora tempo per un po’ di festa made in California, cannonata prima con Mountain Song, poi con Just Because,Ted, Just Admit It… – «Il sesso è violento!» – e naturalmente con il finale che tutti si aspettano: Jane Says, capolavoro su due accordi abbellito di steel drums e bongos che davvero è la rappresentazione di un epoca, forse lontana ma certamente epica. E in mezzo agli encores, anche la sorpresa con Rebel Rebel di David Bowie: con le cover (ricordate Sympathy For The DevilNauseaRippleLexicon DevilRock & RollL.A. WomanLike A Rolling Stone?) gli Addiction vi hanno sempre saputo fare e qui, semplicemente, lo ribadiscono – inutile sottolineare che il pubblico, «Hot tramp, I love you so!», è andato in delirio.

CICO CASARTELLI

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2 Commenti

  1. Passano gli anni ma i Jane’s sono inossidabili, non cambiano mai. Un po’ come la scrittura di Casartelli, che dopo tanto tempo fa sempre a pugni con l’italiano

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