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Dal punto di vista antropologico Paul Simon è caso molto interessante: è il tipico artista che ha sempre lottato contro l’immagine che la storia gli ha assegnato – ha chiuso con Art Garfunkel al massimo della fama del duo, è stato fra i primi a rompere con il tipico stereotipo cantautorale andando a cercare musiche diverse fra reggae, Ande, Caraibi, New Orleans, per poi giungere agli anni Ottanta con il trionfo world music di Graceland (1986) e di The Rhythm Of The Saints (1990), dove si fece molto amare per come andò a pescare fra Africa e Brasile. Da allora, però, vi è stato un calo creativo abbastanza evidente, che solo di recente ha visto un’inversione di tendenza: prima che giungesse questo nuovissimo Stranger To Stranger, lo avevamo colto in netta ripresa con So Beautiful Or So What (2011), album magari non perfetto ma di grande spessore.

perfroms during The Nearness Of You Benefit Concert at Frederick P. Rose Hall, Jazz at Lincoln Center on January 20, 2015 in New York City.

Simon & Garfunkel in studio con Roy Halee negli anni Sessanta
Simon & Garfunkel in studio con Roy Halee negli anni Sessanta

La prima cosa che salta all’occhio è che finalmente assistiamo una reunion con il leggendario Roy Halee, produttore che appena dopo l’addio di Tom Wilson alla Columbia iniziò a prendersi cura di Simon & Garfunkel e poi di molte uscite di Simon in solo fino, appunto, all’apogeo world che abbiamo già citato – peraltro, meglio ricordare anche che Halee fu man behind anche per calibri come i Byrds, Laura Nyro e i Blood, Sweat & Tears. E che Simon si sia affidato di nuovo al venerabile produttore no è un caso: ci voleva qualcuno che lo conoscesse a fondo, anche perché intorno ai tre quarti di secolo bisogna fare le cose seriamente, come Mister Paul di suo, scommettiamo, sappia alla perfezione.

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Non è tutto oro quello che luccica, Stranger To Stranger non è un disco a fuoco per tutti i propri quasi quaranta minuti – ma è un lavoro con cuore e anima, dove non mancano numeri che vanno a rinvigorire un repertorio già di per sé maiuscolo e, per quanto possibile, cerca anche soluzioni diverse – sempre per quel discorso che facevamo in apertura dell’artista che lotta con l’immagine che la storia gli ha assegnato. Qui troverete poco del Paul Simon esimio newyorchese, semmai vi è molto di quello Graceland/The Rhythm Of The Saints – un uso dispari ma circolare della musica, ispirata a latitudini lontane. Esempio ne sono il prologo e l’epilogo: The Werewolf Insomniac’s Lullaby sono eloquenti esempi di quel cosmopolita ricercatore che ama essere Simon. The Werewolf, peraltro, completa una inner trilogy dell’album con Wristband e Street Angel, che lo vedono unirsi a Clap! Clap!, produttore e DJ italiano noto anche come Digi G’Alessio – il tutto a conferma di una curiosità assolutamente radicata nel modo d’intendere la musica che l’autore di The Sound Of Silence ha sempre persistentemente ricercato.

Paul Simon con Dion
Paul Simon con Dion

Stranger To Stranger, fra l’altro, è disponibile anche in (vituperatissima!) versione deluxe: cinque pezzi, dove è giusto segnalare l’inedito Horace And Pete, la storica Duncan dal vivo – forse il pezzo più bello di Paul Simon (1972) – e il duetto con Dion New York Is My Home, che già faceva gran figura nel recente disco con lo stesso titolo di quest’ultimo.

CICO CASARTELLI

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