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L’autore de Una calibro 20 per lo specialista, de Il cacciatore, de I cancelli del cielo e di Verso il sole, lo sceneggiatore di un Ispettore Callaghan (il secondo della serie) – insomma, quel tizio maschio-centrico, macho-centrico, omofobico, ego maniaco, mai senza remore di flirtare con l’aspetto fascista dell’animo umano – costui, Michael Cimino, è diventato una donna – e potremmo leggere la cosa come l’ultimo atto di ribellione del figlio ultimo della nobile stirpe dei veri registi yankee, fra i più grandi e diseredati di Hollywood, quella del Novecento. Già, del Novecento – perché Michael Cimino l’ultima volta che davvero mise firma in celluloide accadde nel secolo scorso con il mirabile Verso il sole – a mio avviso, scandaloso: azzardo come vedere Tim Buckley finire in povertà arrabattandosi a fare il tassista nottetempo a Los Angeles oppure Paul Nelson, forse il più grande critico musicale/talent scout musicale americano, condannato ad affittare videocassette in qualche vicolo di New York finché ha campato. Capita, ma è ingiusto.

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Non che Cimino sia finito in povertà né vive di elemosina altrui – ma gli hanno tolto la possibilità di fare cinema, questo è ovvio. Il Pardo d’Oro assegnatogli al Festival del Cinema di Locarno è solo un dolcetto per far contenti le carta da parati festivaliera – critici e presunti tali, appassionati di cinema e presunti tali, gente che sa ciò che chiede e (molta) gente che non ha idea di ciò che domanda, parvënü’ e freak show di varia natura. Poi, però, appare lui – lineamenti efebici levigati da molta chirurgia plastica, stivali da cowboy, modi spicci di chi non se la mena, trucco leggero, figura minuta ma piena di fuoco. Pendiamo dalle sue labbra, quelle di Michael Cimino – come non si potrebbe pensando alla folle roulette russa di Christopher Walken o all’epica di Kris Kristofferson disegnate da lui stesso nei film che ne hanno consacrato trionfo e poi clamoroso blow-off?

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Cimino arriva, e subito sfancula il protocollo: agita la mano, saluta, afferra il microfono, canta a squarciagola Can’t Take My Eyes Off You di Frankie Valli giusto per chiarire, sì!, che è lui il regista de Il cacciatore e poi si siede sulla scrivania, mica sulla seggiola: «Ciao bella gente! Non ho niente da dire, nulla da insegnare. Cosa mi fa continuare a scrivere, che è la cosa che più mi piace? Dio solo lo sa! Non ho idea come ho imparato a fare cinema, non ho studiato per fare film – non conosco i film come miei colleghi conoscono il cinema. Quentin Tarantino conosce tutto, scene, dialoghi – io sono un povero architetto frustrato finito a fare il regista. Cinema è caos controllato, per questo per un po’ mi hanno accettato».

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Spettacolare quando si mette a confronto con Enrico Ghezzi, (para)guru nostrano che non si sa mai come prendere – costui afferra il microfono e per due-tre minuti parte un suo tipico pippone, un po’ domanda un po’ elucubrazione – Cimino lo guarda perplesso e gli spara un bel: «Non ho capito niente di quello che hai detto, era una domanda o cosa?». La platea è sulle ginocchia, le risate e i lucciconi sono in sincrono, garantiamo – al contrario della voce di Ghezzi quando passa a Fuori orario (cose mai viste). Poi, però, minuti dopo l’abbraccio fra il maestro e l’uomo della notte di RAI 3.

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Il cineasta è davvero un fiume in piena, si fa fatica quasi a stargli dietro fra ricordi, magnifici moniti e perle di saggezza: «Son stato molto fortunato a incontrare Clint Eastwood – sono arrivato a Hollywood a fare commercial pubblicitari, la mia storica produttrice Giovanna Corelli mi disse “Butta giù una sceneggiatura, poi conquista una grande star cui piaccia il tuo modo di scrivere”. Ed è così che è andata. I migliori film arrivano dalla realtà – niente se non quello. Guardate quanto i film di oggi invecchino dopo due anni, se va bene – sapete perché? Perché non sono basati su alcuna cosa che sia vera».

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Il festival di Locarno vede proprio in questi giorni una rassegna monografica dedicata a Sam Peckinpah, e qui Cimino si fa quanto mai rispettosamente serio: «Sam era grande, pazzo, lo conoscevo piuttosto bene – e fu molto triste come finì la sua vista. All’epoca de I cancelli del cielo arrivò a trovare me e la troupe sul set, lo ricordo come se fosse ieri. Sapete, i miei migliori amici sono cowboy, quelli veri non quelli dei film – e Sam era un grande cowboy. I suoi primissimi film, Sfida nell’Alta Sierra e Sierra Charriba, sono assolutamente perfetti. Sam aveva storie molto migliori delle mie, ve lo garantisco, e mi ha insegnato che i protagonisti dei film devi trovarli dentro di te – non devi farli inspirare da idee, non te ne deve fregare niente di fare film sul tempo o sulla politica. Con lui ho capito che è molto più difficile scrivere che dirigere – devi essere molto più coraggioso quando scrivi, perché quando scrivi è sempre difficile essere vero, raccontare la verità di quello che vuoi narrare senza cadere nel cliché». Cui aggiunge un momento davvero illuminante, che ti fa capire anche come gli riesce così bene fare la rockstar con il microfono in mano: «Studiare recitazione mi ha insegnato a dirigere, per quanto possa sembrare strano – mi ha fatto capire le emozioni da trasmettere e l’interazione fra essere umani». E un tizio del genere di emozioni e interazioni sembra proprio intendersene.

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Tutti lì che sbavano, che vorrebbero chiedergli di tutto ma lui tira avanti come un treno con il suo incendiario monologo: «Il cacciatore? Quello che non è cambiato è la tragedia della guerra. Non vi è differenza fra guerra in Vietnam e quella odierna in Medio Oriente – solo i posti sono cambiati e il tipo di armi usate. Volete davvero saperlo? Non me fregava niente di fare un film sul Vietnam in quanto guerra – volevo fare un film sugli effetti di un trauma così grande come la guerra su famiglia e nucleo di amici. Niente è cambiato – la perdita è esattamente la stessa. E vi dico che se facessi Il cacciatore adesso, non cambierei niente. Sono stufo di vecchi che mandano giovani a morire – quella è la pazzia, Il cacciatore parla esattamente di rigettare la guerra». Al ché si commuove – e noi con lui.

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Una calibro 20 per lo specialista«Ho un ricordo strano di quel film, come se fosse una favola. Avere Clint Eastwood e Jeff Bridges era come avere un regalo del Paradiso. Straordinari attori, straordinari esseri umani».

Formidabile nell’impallinare la critica cinematografica: «Non leggo mai le recensioni, positive o negative – credete che Luciano Pavarotti leggesse le recensioni? No! Non gliene fregava niente. Poi, o sei Dio o gente come Pavarotti e come me non la puoi criticare. Critica e, in generale, giornalismo significano poca comprensione del vocabolario, parole messe insieme senza capire di cosa si stia parlando. Né il giornalismo né la critica sono da considerarsi scrittura. Dovessi vincere ancora un Oscar, andrei lì e direi: se la mia idea di cinema è corretta, allora io sono l’unico regista in questa sala. Inoltre, fatemi dire una cosa: l’uomo che ha demolito I cancelli del cielo non è più qui e molti ancora lo maledicono, io invece sono ancora qui e sento affetto ovunque. Come scrisse William Shakespeare, niente è buono o cattivo – solo pensarvici lo fa diventare in un modo o nell’altro».

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Se con Peckinpah gli brillano gli occhi, con John Ford il cineasta entra in una trans religiosa: «Per Verso il sole, il mio ultimo film, ho girato alla Monument Valley, dove John Ford girò alcuni suoi capolavori – credetemi, non ho messo nemmeno una volta la telecamera dove la mise Ford – quello è territorio sacro. E poi non ho dubbi, avrei voluto lavorare ai tempi di Ford – a quell’epoca era un lavoro, adesso fare il regista è un vero pain in the ass – come si dice pain in the ass in italiano? Rottura di coglioni? Sì, fare il regista adesso è una rottura di coglioni. A quell’epoca avrei fatto tre film all’anno – immaginate che bello poter contare su Humphrey Bogart o Gary Cooper così, con lo schioccare delle dita. Adesso se vi presentassi i produttori contemporanei, sareste schifati a prima vista».

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Cimino monologa con una naturalezza unica su Luchino Visconti, su Akira Kurosawa o sull’architetto Frank Lloyd Wright, uno dei suoi massimi eroi come confessa candidamente – una naturalezza che è quella di chi ama veramente l’arte e tutto quello che dice è solo rispetto in forma di parola: «Non capisco perché Roma non conti più nulla nel mondo del cinema – non capisco davvero come un posto come l’Italia, con i Fellini, i Rossellini e i Visconti, non possa avere una vera industria cinematografica e soprattutto spingere i giovani a fare cinema. Voi non sapete cosa rappresentò Cinecittà per noi che facevamo cinema quando io ero giovane». Tutti lì, infine, a tentar di capire se a settantasei anni Cimino abbia voglia ancora di fare cinema: «Se ho un nuovo film in programma? Io ho un mare di film in programma – se non ne avessi uno, morirei adesso». Chissà se ne è davvero convinto. Qualcuno, forse un po’ ingenuamente, si alza e chiede se il regista creda ancora nell’American Dream: «Certo – spiegatemi perché tutti vogliono venire oltre il nostro confine. Lo stesso succede fra Africa e Italia. Sapete perché? Perché tutti stanno perseguendo un sogno». Detto da chi l’American Dream non solo al cinema lo ha fatto saltare in aria, una parvenza di verità ce l’ha.

CICO CASARTELLI

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