giovanni nadiani

Ho incontrato Giovanni Nadiani per l’ultima volta un mese e mezzo fa, a un concerto.

Come quasi sempre.

L’ho trovato piuttosto bene, stante la situazione.

Sù di spirito, come sempre. Straordinariamente sù di spirito, anzi, stante la situazione. Come sempre.

Abbiamo parlato come sempre di musica, materia in cui lo si trovava appassionato quasi quanto alla scrittura.

E su cui ha sempre mantenuto un’attenzione ugualmente intensa, passionale ed elegante rispetto a quella – straordinaria – che aveva per la parola.
Che si stesse accomodando all’uscita, lo aveva capito da mò.

Che non ci fosse molto da fare, lo aveva capito. E nonostante questo ha fatto.

Si è malato, si è curato con dosi da cavallo, ha scalciato dietro il male una prima volta, ha campato un altro anno pieno, vivendo e lavorando.

Poi il male è tornato, lui ha cominciato a scalciare di nuovo, e si è fatto un altro anno.

Anno di vita.

Me lo ha detto anche l’ultima volta. Che le cure cominciavano a fare poco, ma che lui era lì, stava ancora campando, insegnando, appassionandosi alle cose.

“Come stai, grande Giovanni?”. “Still breathing” mi ha risposto.

Con un sorriso vero, e non di circostanza.

E finchè si respira, meglio respirare delle cose belle.

Giovanni era un bravissimo scrittore, un insegnante appassionante e un intellettuale atipico ed acuto.

Quello che ha fatto è in giro, in circolo, ne parlerà gente più titolata.

A me, a noi, piaceva in maniera particolare quando volgeva quel suo occhio surreale, spaesato, stralunato sulla nostra geografia del cuore. Quando – agli albori di quella che chiameremmo globalizzazione – dedicò un lavoro a quel vivaio sulla via Emilia dove, quasi miracolosamente, cominciavano a comparire misteriosi fiori d’altre latitudini, piscine, putti di vetroresina. E inspiegabili mucche di plastica.

Era il non luogo della Romagna, il Giardino, un Eden plasticoso dei nostri tempi sradicati e provvisori.

Quei tempi e quelle sospensioni di identità che Giovanni raccontava in maniera straordinaria, meglio di chiunque.

Non ci è dato sapere dove sia Giovanni adesso, ma mi piace immaginarlo in un posto bello, quieto e pieno di musica. E magari, in un angolo, un paio di mucche di plastica che continuino a stuzzicargli quella bella penna, quella bella testa e quel bel cuore.
Saluti, Maestro.

 

P.S. Giovanni ha collaborato con noi con una serie di racconti dal titolo Stories from ridente town. Ecco qui una sua riflessione sullo scrivere e sulla narrazione.

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