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Sono anni che lo promette e, finalmente, eccolo! Ossia Delirium Tremens, terzo disco di una serie iniziata nei lontani anni novanta con Intoxicated Man (1995) e Pink Elephants (1997) dove Mick Harvey rilegge e traduce in inglese alcune fra le pagine immortali di Serge Gainsbourg, profeta francese di musica, poesia ed erotismo di classe mondiale – tutti album che certamente sono fra i più irrinunciabili nell’intera area Bad Seeds. E questo nuovo volume non tradisce le aspettative: il lavoro dichiara ancora una volta Harvey come il Same Cattivo cui affidarsi se si tratta di filologia musicale e di background tecnico.

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Anzi, fateci spezzare una lancia a favore di Harvey: giocando d’ironia si può dire che sia lui il Lee Hazlewood della bambola Nick Cave (o, visto che qui parliamo anche di Serge, il Jean-Claude Vannier…), colui che per tanti anni ha tirato le fila di tutto il progetto del gruppo apolide-australiano, e vederlo separato dai Bad Seeds, sebbene gli ottimi lavori fatti da entrambe le parti, un po’ di tristezza la mette. Ma così è la vita. Vita che, peraltro, è così ingiusta che i suoi eccellenti dischi sono ascoltati da un numero troppo esiguo di persone – già, dove sono quelli che millantano fedeltà assoluta a Nick Cave o a PJ Harvey quando bisogna sostenere un musicista di prima fascia come Mick, fra dischi e concerti? Da fedeli che siamo, ne vediamo pochi di questi smargiassi – e la cosa dispiace molto. Già, perché album magnifici come la Gainsbourg seriesOne Man’s Treasure (2005) oppure Four (Acts Of Love) (2013) se li sono filati in pochi? Più facile fare le groupie di Cave per scoprire che stilista lo vesta o copiare il maquillage di PJ che seguire Mick. Ne prendiamo atto – ma la cosa non ci piace per nulla.

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Delirium Tremens completa il viaggio al termine della notte made in Gainsbourg ed è davvero uno spettacolo fin dall’iniziale The Man With The Cabbage Head, ossia uno dei grandissimi capolavori di Serge: L’homme à tête de chou è potente e maestosa in totale ossequio all’originale, con peraltro una di quelle schitarrate in between che di cui Mick è maestro. Molti poi si chiederanno che fine abbia fatto Anita Lane, che nei primi due album faceva Jane Birkin: niente paura, Harvey tira fuori tre sue amichette (Xanthe Waite, Katy Beale e JP Shilo) che sopperiscono ottimamente alla mancanza dell’ex musa Bad Seeds, vedi come le usa tutte quante con magnifico, oscuro French swing in SS C’est BonThe DecadanceA Day Like Any Other e More And More, Less And Less.

Mick Harvey ai tempi dei Bad Seeds
Mick Harvey ai tempi dei Bad Seeds

Se proprio si deve scegliere il meglio fra il tutto, per non sbagliare sicuramente puntiamo The Convict’s Song/Chanson du forçat, che davvero è un archetipo per molti numeri dei Bad Seeds (The Mercy Seat su tutti), spettacolare blues che Serge compose e incise per la colonna sonora di Vidocq (1966). Oppure sui due numeri tratti dalla soundtrack di Anna (1967) ossia Boomerang (Mick, da buon australiano non ha perso l’occasione…) e I Envisage – quest’ultimo, peraltro, poi ritoccato da cima a piedi nel 1982 in un disco di Alain Bashung dove Moussier Gainsbourg scrisse i testi per quella dimenticata star del rock français. Non possiamo chiudere senza citare Couleur Café, gioiello tratto dallo spettacolare album tutto percussioni afro-cubane Gainsbourg Percussions (1964 – che gli Stones si siano ispirati a Serge per Sympathy For The Devil? Non sarebbe una sorpresa, viste anche le assidue frequentazioni fra Gainsbourg e Mick Jagger…): Harvey mantiene intatta l’immacolata bellezza del pezzo, che dal francese all’inglese non perché un’oncia di fascino. Per il resto, andate e moltiplicate Delirium Tremens, che ne vale davvero la pena.

CICO CASARTELLI

MICK HARVEY – Delirium Tremens (Mute)

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