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Dicono che a Milano ci fosse Robert Plant – non è vero, semmai ci sono stati Robert Plant & Justin Adams, pluriennale coppia artistica che è riuscita nel miracolo: non fare la parodia degli Zep ma cavalcare un suono etno-electro che è davvero un gran work in progress. Lo dimostrano immediatamente appena giungono sul palco alla Summer Arena di Assago (Milano), dove con Poor Howard da lullaby and… The Ceaseless Roar (2014) buttano lì un attacco col botto: ruggito con voce già in palla, sound che rimbalza fra acustico ed elettrico, una deliziosa citazione di Queen Bee di Taj Mahal e carisma il quale immediatamente chiarisce che qui non si scherza, che sul palco ci sono Robert e Justin. E che, va bene, i Led Zeppelin si possono celebrare quanto volete ma che in particolare lui, Percy, non fa il dinosauro bensì gioca a proprio piacimento con l’ampia, ampissima palette di colori musicali che post Martello degli Dei non sì è certo fatto mancare. L’altra metà del duo, Justin, invece non ti fa pensare un secondo a Jimmy Page quando al pezzo numero due, Turn It Up (pure questa da The Ceaseless Roar), imbullona un gran show case alla sei corde e dirige i Sensational Space Shifters che è un piacere.

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Gli Zep iniziano a rivivere con Black Dog, uno dei pezzi che Plant ama trasformare di più: stavolta più che al Dirigibile sembra somigliare ai Massive Attack, ed è un’esperimento che piace molto. Rainbow è ancora dell’ultimo album lavoro e, addirittura, sfiora i lidi di Peter Gabriel o, comunque, della Real World. What Is And What Should Never Be degli Zep gioca con certi colori West Coast che da sempre ammaliano Percy (i Love, i Youngbloods e i Moby Grape, per esempio), poi quando di seguito tocca al blues, Plant e Adams cercano di stimolare i palati più fini: un doppio Holwin’ Wolf con No Place To Go con frammenti di Spoonful che sfociano in Dazed And Confused ossia gli Zep più freakettoni, peraltro non tirata per le lunghe come usavano fare Jimmy Page & Co oramai cinquant’anni fa.

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Con All The King’s Horses arriva il capolavoro della serata: ballata che fosse degli Zep sarebbe nel mito – e che Plant infila perfettamente con voce di velluto tanto quanto Justin e la band guidano acustica e docile. Commovente, davvero un gran pezzo comunque lo so si giri. Babe, I’m Gonna Leave You è ancora Zep ed è un bel giro in giostra con grandi stop and go electroacustici fra Adams e Skin Tyson (Cast), altro bell’elemento dei Sensational Space Shifters – mentre a ruota segue il traditional Little Magie che è così hyper e very Bristol che sembra il remix della versione originale. Funny In My Mind che si porta appresso pure I’m Fixin’ To Die di Bukka White è un treno che senza sosta va da Memphis a Timbuktu – e lo stesso si può dire per quello che segue appena dopo: Percy intona I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon, lenta e affilata che apre la strada a Whole Lotta Love in trip andata e ritorno attraverso Hey Bo Diddley anche se, attenzione, giusto per evitare i cliché qui siamo molto lontani dal Martello.

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Non è passato molto dall’inizio del concerto, lo sappiamo che tendenzialmente Plant e Adams negli ultimi tempi non vanno oltre l’ora e mezza di show, ma vi è ancora posto per un paio di bis, entrambi nel nome Zep: anticipata da un frammento di Bluebirds Over The Mountain (Ritchie Valens) Rock And Roll è puro anti-Jimmy Page con le chitarre dietro le turbo tastiere di John Baggott (Massive Attack, Portishead), mentre a spingere tutti a casa è la bellezza senza età di Going To California, ode alla “donna poco gentile” Joni Mitchell che i Sensational Space Shifters fanno, come si deve ed è d’obbligo, unplugged ma pienissima di tutto quello che serve e con una trascinante coda jig and reels. E alla fine pensi solo una cosa: che Robert Plant & Justin Adams sono, in qualsiasi modo, vittoriosi su qualunque nostalgico ancora lì a sperare a quando-forse-chissà vedremo una reunion del Dirigibile.

CICO CASARTELLI

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