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Ci sono stati giorni, e forse le più giovani generazioni native digitali stenteranno ad immaginarlo, in cui la fruizione della musica passava dalle stazioni radiofoniche prima e dai negozi poi. Chi voleva ascoltare una specifica canzone doveva comprarsi il disco oppure attendere, orecchio teso e speranzoso, che la programmasse qualche lungimirante trasmissione in Fm. Niente click né skipp.
Non serve nemmeno andare troppo indietro nel tempo per incontrare questa sorta di preistoria digitale: bastano una ventina d’anni, quando 2.0, peer-to-peer e streaming erano concetti nemmeno in embrione. Ed è di quel periodo l’ultimo grande colpo di coda della radiofonia di stato: un programma intitolato semplicemente “Planet Rock” che andava in onda su Rai Radiouno e che divenne immediatamente laboratorio di sperimentazione e social network ante litteram (lo so, sembra un’iperbole da neo-blogger ma le cose stanno davvero così).
Ne descrive l’avventura, iniziata nel 1991 e durata un triennio, Luca De Gennaro, una delle voci e menti protagoniste di quei giorni e di quella trasmissione, in un libro edito da Arcana e intitolato “Planet Rock, l’ultima rivoluzione”.
De Gennaro è speaker di razza, indora la sua passione e la sua invidiabile erudizione con una voce ben poco impostata e ulteriormente ammorbidita da un rotacismo quasi da cartone animato che fa simpatia immediata. È sintetico e preciso, le due principali doti di chi si pone dietro ad un microfono, oltreché persona estremamente disponibile e affabile.
Però il libro non mantiene affatto le promesse: più che raccontare cosa sia stato effettivamente Planet Rock si sofferma pesantemente sul suicidio di Kurt Cobain fino a far dubitare a chi legge che il tomo sia in realtà dedicato ai Nirvana. La narrazione insiste poi più che sugli anni di messa in onda su quelli successivi alla chiusura, fatti di scelte di vita impegnative e nuove esperienze professionali che però escono dal seminato abbondantemente.
Davvero poco viene trasmesso al lettore, soprattutto a quello che allora non c’era, sui motivi per cui migliaia di persone ogni sera della settimana si sintonizzassero in modulazione di frequenza per tre ore abbondanti.
In definitiva De Gennaro dimostra forse un recondito distacco nel volgersi al passato, rimarcando invece nei brevi capitoli dell’opera la propria impulsiva curiosità, non solo musicale, per le novità. Probabilmente, ma è solo un esempio dei tanti pregi che il programma vantava e che avrebbero meritato maggior risalto, più che la trascrizione di alcuni stralci di puntate (che sa di escamotage per allungare il brodo) si poteva lavorare a fondo d’archivio e trascrivere le scalette dei brani trasmessi, per evidenziare le scelte di redazione davvero illuminanti ed estremamente utili per gli ascoltatori che si presentavano al negozio di fiducia il giorno successivo armati di passione e foglietto su cui era trascritto il titolo del brano desiderato. Spesso sbagliato, perché no, non c’era nemmeno Shazam.

Gianmarco Pari

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