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Non è né mussulmana né cristiana né buddista né rasta – bene, noi siamo per l’ortodossia dei patriarchi di Long Island, quella dei Blue Öyster Cult, la religione che quando la conosci non te la scrolli più di dosso. Qualcuno si starà chiedendo: ma i Blue Öyster Cult esistono ancora? Sì, esistono ancora – e meno male, perché un concerto come quello allo Z7 di Pratteln (Svizzera) riconcilia con il mondo! D’accordo, alcuni degli storici componenti o sono usciti dal gruppo o sono morti – e fra l’altro la scorsa settimana è venuto a mancare proprio Sandy Pearlman, loro antico manager, co-autore e produttore (fra l’altro alla consolle pure per i Clash del secondo album e per i Dream Syndicate di Medicine Show). Ma non fa niente, Donald “Buck Dharma” Roeser ed Eric Bloom con i loro tre comprimari (fra cui il bassista Kasim Sulton, che qualcuno si ricorderà per molti anni accanto a Todd Rundgren, e l’eccellente jolly tuttofare fra tastiere e chitarre Richie Castellano), ancora adesso hanno classe e potere di metter insieme uno spettacolo con i contro fiocchi – e di dare punti a chiunque.

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Tecnica, contagiosa macabra ironia e furore dei giorni in cui dominavano la scena newyorchese anni Settanta e le classifiche yankee non sono sparite – anzi, sembra davvero che li abbiamo messi nell’ambra tanto possiamo confermare abbiano mantenuto intatto il carisma della loro musica, che non per niente negli anni ha pesantemente influenzato, indifferentemente, gente quale Bruce Springsteen, Patti Smith – loro storica collaboratrice nei primi dischi – Minutemen/fIREHOSE/Mike Watt, Nick Cave & The Bad Seeds, Metallica, Wilco, fino ai giovani quanto ottimi White Denim. Per non parlare di come sia un peccato che discograficamente il gruppo non abbia buttato fuori più nulla dai tempi di quel gioiello che fu Curse Of The Hidden Mirror (2001) – i tempi son quel che sono, e purtroppo mediaticamente quanto corporativamente è facile, sbagliando molto, derubricarli a vecchie glorie. Peccato, già.

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Arrivano sul palco e appena attaccano This Ain’t The Summer of Love (e mai prologo fu più adatto per l’estate 2016, visto il sangue che ci circonda quotidianamente) s’intende che questa non è roba per dilettanti: i Blue Öyster Cult sanno cos’è la real thing con quel loro metodo heavy capace di combinare poderosamente i Doors con i Beach Boys, gli Steppenwolf con Bob Dylan, gli MC5 con i Led Zeppelin oppure i Black Sabbath con i Byrds. La messa non ha un attimo di tregua per un’ora e tre quarti che spara cannonate pesanti tipo Golden Age Of LeatherTrue ConfessionsBurnin’ For YouO.D.’d On Life ItselfTrue ConfessionsME 262Harvest Moon – pezzo anni Novanta che non sfigura accanto ai classici di un paio di decenni addietro – The Picturewood e Lips On The Hills. E visto che i BÖC sono sempre e comunque un razzo che raggiungere il massimo dei giri quando sono all’impatto finale, quello che accade con Then Came The Last Days Of May – forse il momento più sfolgorante con un’eccezionale coda strumentale dominata da Buck Dharma e Castellano – Godzilla, Buck’s Boogie, l’immortale (Don’t Fear) The ReaperHot Rails To HellSee You In Black, fino alla catarsi tutta chiodi, inferi e tre chitarre spianate Cities On Flame With Rock And Roll è il rituale nero che ha fatto di loro uno dei capisaldi per antonomasia della musica americana post Woodstock/pre punk, oltre che di tutto l’hard rock mondiale.

CICO CASARTELLI

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