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Strana la vita, vedi come ha rigirato le sorti di Bob Lind – sorti che davvero sembrano essere andate in parallelo con quelle di Fred Neil. Negli anni Sessanta/primi Settanta raggiungi fama a tutti i livelli, decine di artisti registrano i tuoi pezzi, incidi dischi che conquistano un considerevole culto (i primi due prodotti da Jack Nitzsche e lo stupendo Since There Were Circles, 1971). Poi, nero: abusi di vario genere, una carriera discografica che si spezza come le ali di una farfalla e decenni di silenzio, se si esclude che l’amico Charles Bukowski ritaglia su di lui il personaggio di Dinky Summers nel romanzo Donne (1978).

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Bob Lind con Richard Hawley
Bob Lind con Richard Hawley

Arrivano gli anni Duemila e, fulmine a ciel sereno, il suo nome ricompare nelle cronache musicali, prima grazie all’opera di amorevole propaganda fatta da alcuni suoi ammiratori incondizionati (Jarvis Cocker, Richard Hawley, un po’ tutto il giro Bad Seeds di Nick Cave) e, infine, al suo ritorno sulle scene: scalda i motori con il live tutto brividi Live At The Luna Star Café (2006) e, finalmente, si decide di dare alle stampe il primo album di studio, Finding You Again (2012), decenni dopo l’ultimo. Aspettare ne è valsa la pena, perché comunque Lind è uno di quelli che hanno definito un’era, che ha scritto musica immortale e che ancora adesso, che sfiora i 3/4 di secolo, sa come toccare il pulsante on dell’emozione.

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Bob Lind con Jarvis Cocker
Bob Lind con Jarvis Cocker

E sembra pure averci preso gusto con questo bel come back: i concerti sono ancora molto emozionanti quanto a cadenza regolare e, sorpresa-sorpresa, adesso tocca al quinto disco in cinquant’anni tondi (sesto se si considera anche il disconosciuto The Elusive Bob Lind, 1966). Benarrivati a Magellan Was Wrong, cinquanta minuti per dodici canzoni che sono pura essenza Bob Lind – e, peraltro, gran titolo! La voce è quella di sempre, con quel tono struggente, evocativo e intrinsecamente nostalgico di chi il folk-rock lo ha nel sangue – mentre le canzoni sono quelle di chi è nel girone grandi songwriter sia per contenuti letterari sia per doti squisitamente di armonia musicale. Come dice Richard Hawley nelle sentitissime note di copertina: «Quella di Bob Lind è musica che ti fa suo in pochi secondi ed è destinata a restare con te per sempre». Credergli non è difficile.

Bob Lind con i Buffalo Springfield nel 1967 – Neil Young e Stephen Stills sulla destra...
Bob Lind con i Buffalo Springfield nel 1967 – Neil Young e Stephen Stills sulla destra…
la copertina del leggendario Since There Were Circles (1971)
La copertina del leggendario album Since There Were Circles (1971)

Magellan Was Wrong è una piccola, grande enciclopedia di tutto quello che fa Lind e la sua musica, come già l’introduttiva I Don’t Know How To Love You spiega prontamente: l’epica del suo modo di scrivere ti prende alla pancia e quel sottile wall of sound Spector-iano che la caratterizza è una vera delizia per chiunque abbia un minimo di background per quelle frequenze musicali. Stesso dicasi per Magellan Was Wrong, per From The Road o per My Friend, altre perle che non tradiscono ma, al contrario, rafforzano l’amore per la musica unica di quest’artista prezioso. L’album porta anche qualche variazione sul tema con un paio di concessioni per lui insolite, vedi The Outsider’s Dream e You Are Home, con un inedito marcato passo jazz che non fa altro che arricchire una palette musicale già di per sé molto ampia. A chiudere, meritatissima anche una menzione per l’unica cover del programma: Bottle Of Wine di Tom Paxton (qualcuno si ricorderà di come Bob Dylan bellamente la scippò per scriverci sopra Buckets Of Rain a chiusura di Blood On The Tracks), che Bob Lind smonta da folkie che era in origine e la rimonta con il suo sognante, ardente blues.

CICO CASARTELLI

BOB LIND – Magellan Was Wrong (Big Beat/Ace Records)

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