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Piccole, grandi rivalse che si consumano all’ombra dei malmessi media, degli uffici stampa e dei social media, in poche parole di quelli che se la contano e se la cantano che è un piacere ma poi sovente finisce tutto lì: Paolo Bonfanti e la sua band (Alessandro Pelle alla batteria, Nicola Bruno al basso e Roberto Bongianino alla fisarmonica), che né se la contano né se la cantano ma suonano sempre con eleganza e con il turbo inserito, ogni volta che li vedi hanno un bel pubblico numeroso che li segue fedele. Facile capire perché: il Bonfa e i suoi hanno stile, usano il mestiere con profonda passione e soprattutto non se la menano. Un certo pubblico sensibile, che non è quello dei “mi piace” in Facebook che poi spesso è sinonimo di platee vuote, questo lo ha capito e leale segue Paolo in tutte le sue molteplici sortite musicali. E sia per l’innegabili valore della musica sia per le grandi qualità umane dell’artista la cosa ci regale una certa sincera soddisfazione, ascoltatori appassionati che ci sentiamo!

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Il gremito chiostro della Biblioteca di Nerviano (Milano) ha visto lo spettacolo di un gruppo non bloccato a un cliché ma capace di guidare a tutto quello che fa musica americana e anche oltre: blues, folk rock, r&b, cajun/zydeco, country ma senza eseguire il compitino a compartimenti stagni – già, perché se si allunga bene l’orecchio, per esempio, nei molti splendidi assoli di Bonfanti alla chitarra (la Bonfaster!), strumento che in Italia maneggia con pochi altri, ci senti molto Richard Thompson nell’uso nervoso che fa delle scale fra blues e oltre.

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Naturalmente, com’è giusto che sia, il gruppo ci tiene subito a dedicare l’esibizione alle vittime del terremoto – di lì poi parte un’ora e mezza bollente che per spessore e feeling oggidì da noi si possono permettere in pochi. Del suo repertorio originale risaltano indiscutibilmente lo strumentale Slow Blues For Bruno, il simpatico pot pourri O gh’è ‘n piaxèi in dialetto genovese dove sono citati classici delle dodici battute come Killing Floor di Howlin’ Wolf, Crossroads di Robert Johnson e appunto One Kind Favor I Ask Of You di Blind Lemon Jefferson – fino ad arrivare al meglio con la bellissima ballata d’aroma soul Takin’ A Break, per l’occasione in duetto con l’opener della serata William Brambilla, e soprattutto l’epica Exile On Backstreets che per quasi dieci minuti vola alta fra Van Morrison e il miglior Bruce Springsteen, portandosi a casa meritati applausi scroscianti di tutta la platea.

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In quanto l’artista è finissimo conoscitore della miglior musica americana, anche le cover scelte sono oro che cola sugli astanti, specie quando mette lì due perle del repertorio Grateful Dead, ossia il tradizionale Deep Elem Blues e la magnifica rielaborazione di Franklin’s Tower, che del Morto è uno dei massimi capolavori, magistralmente giocata fra la chitarra-che-non-sbaglia-una-nota del Bonfa e la scioltissima fisarmonica di Bongianino. Per il resto, quasi superfluo dirlo: roll away the dew!

CICO CASARTELLI

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