Bob Lind con Jarvis Cocker dei Pulp

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Bob Lind è di quei tizi che ti chiedi perché – perché in cinquant’anni solo sei dischi più uno odiato-disconosciuto, perché si è auto esiliato per trentacinque anni, perché la fortuna lo ha baciato e poi gli ha voltato le spalle: per esempio, 1966 Elusive Butterfly fu un grandissimo successo poi finito nei repertori di grandi nomi quali Aretha Franklin, Glen Campbell, Dolly Parton, Cher, Four Tops e tanti altri, per non parlare del fatto che qui in Italia Shel Shapiro e i suoi Rokes presero Cheryl’s Going Home e vi fecero l’hit straccia-classifiche Che colpa abbiamo noi con testo, come voleva l’epoca, bizzarramente adattato da Mogol che puntualmente eliminava o travisava i contenuti originali. Insomma, i perché che bisogna chiedergli sono molti. Non che si possano condensare 3/4 di secolo in un’intervista – ma abbiamo tentato di rendere un po’ più comprensibile la sua storia, quella di chi ha inciso poco ma ha inciso molto, se intendete. Tanto più che i suoi recenti album, Finding You Again (2012) e il nuovissimo Magellan Was Wrong, sono opera di un artista che non è certamente in preda ad alcuna sindrome revival bensì, come si dice, è inc et nunc – è qui e adesso, non farselo sfuggire è d’obbligo.

Prima di tutto, puoi spiegarci il titolo del tuo nuovo album, Magellan Was Wrong?

È un buon titolo come lo potrebbe essere qualunque altro, come credo to abbia inteso ascoltando il disco. Uno dei temi dell’album è quello delle aspirazioni andate in pezzi, la dolorosa consapevolezza che molti dei nostri sogni più preziosi siano svaniti, sono diventati pia illusione. La maggior parte dei pezzi, con forse l’eccezione dell’ultima, A Break In The Rain, riguardano la formazione di speranze irrealizzabili e le conseguenze di esservi rimasti attaccati troppo a lungo, oppure anche di come ci siamo approssimati a esse e alla realizzazione che forse ci ha creato troppe aspettative. Blind Love, per esempio, spiega bene l’idea, ovvero come spesso ci si butti nella falsa promessa di relazioni durevoli. Magellan Was Wrong, il brano, ne è lil miglior esempio: Ferdinando Magellano era sicuro che il mondo fosse rotondo e il suo sogno era appunto di circumnavigare la Terra per provarlo. Era però un sogno più grande di lui: dal punto di vista tecnico aveva ragione, le sue aspettative si affermarono. D’altra parte, in maniera essenziale, si sbagliò poiché quel suo sogno fu la cosa che lo uccise. No, questo non è un album gioioso.

Quanto del tuo suono classico hai voluto mantenere nell’album? Se penso a Finding You Again mi pare che qui il panorama musicale sia più ampio – per dire, qui hai coinvolto diversi produttori…

In verità, in ciò che faccio non vi è molta consapevolezza di pensiero. Faccio del mio meglio per presentare le canzoni a livello intuitivo, con quanta più onestà io possa. Non penso mai a quello che possa essere il mio “suono classico” – penso solo a quanta integrità e a quanta autenticità posso portare attraverso i pezzi. Questo, in parte, spiega perché nel disco vi siano diversi produttori. Jamie Hoover è un produttore eccezionale ma la sua sensibilità non sono quelle che volevo per brani quali My Friend, per esempio, che non è per nulla un pezzo pop: per quello Greg Foat era l’uomo giusto, per la sua sensibilità jazz e per il tocco che ha impresso al tutto.

Bob Lind con Jarvis Cocker dei Pulp
Bob Lind con Jarvis Cocker dei Pulp

È esattamente quanto pensavo, in diversi passaggi come The Outsider’s Dream and You Are Home trovo vi sia un forte feeling jazz che non affiorava nei tuoi precedenti lavori…

Cico, vedo che hai buon orecchio. Le mie vecchie canzoni erano basate sul folk ma nel tempo ho iniziato ad amare il jazz sempre più. Lo ripeto, non penso a tutto ciò in modo consapevole, semplicemente accordi e armonie jazz sono venute fuori spontaneamente nel mio lavoro più recente.

Quali sono i brani del disco che più ti piacciono?

Questa è la classica domanda cui non si può rispondere. Se io non amassi e non credessi in un pezzo, semplicemente non lo pubblicherei. Dal punto di vista testuale, i pezzi di cui sono comunque più orgoglioso sono tre. Il primo è Never Even There, forse il più bel testo del disco. È una concisa fotografia di diverse idee grandi: prima di tutto, riguarda le differenze fra il modo di amare che ha una donna e quello di un uomo. In generale, le donne si legano attraverso le parole, per loro è molto importante parlare. Per l’uomo, parlare è appunto del mero parlare. Le donne hanno bisogno di conversazione e, in genere, le donne sono più propense a lunghe relazioni ma quando vedono che non ottengono ciò che vogliono è facile che se ne vadano in fretta. Penso proprio che la canzone esprima tutto ciò molto bene. Dopodiché, se sono dell’umore giusto The Outsider’s Dream riesce a portarmi alle lacrime, mentre penso proprio che I Turn To You sia semplicemente una fra le mie più belle canzoni d’amore.

Bob Lind nel 1966
Bob Lind nel 1966
Bob Lind con Neil Young, Stephen Still e i restanti Buffalo Springfield – 1966
Bob Lind con Neil Young, Stephen Still e i restanti Buffalo Springfield – 1966

Quest’anno fanno dieci anni dalla pubblicazione di Live At The Luna Star Café, il tuo come back album. Cosa ti spinse allora a compiere il ritorno e quanto a tuo agio ti trovi ora nel mondo del business musicale?

Come qualunque altro artista, voglio che la mia musica sia ascoltata. La verità è che non amo particolarmente registrare, semmai adoro esibirmi. Per il resto, mai stato né sarò mai a mio agio nel music business.

Parliamo un po’ dei tuoi dischi anni Sessanta. Che ricordo hai di  The Elusive Bob Lind? La Verve Records fece quello che la Columbia fece con The Sound Of Silence di Simon And Garfunkel: aggiungere strumentazione dietro le tue originale incisioni voce e chitarra, peraltro presumo senza consultarti. Che ricordo ne hai e cosa ti provoca a ripensarci?

Non voglio parlare di quello schifosissimo album. Ogni singola cosa che lo riguardi mi fa ancora arrabbiare, mi nausea e mi deprime. L’ho già detto in tante altre interviste, se la gente è interessata può andare in Google a farsi un’idea.

I tuoi due album prodotti da Jack Nitzsche sono considerati del veri classici del boom folk rock degli anni Sessanta. Che ricordo hai di Nitzsche?

Jack era un tipo davvero brillante. Almeno la metà del successo avuto da Don’t Be Concerned e da Photographs Of Feeling va attribuito a lui. Se tu e i tuoi lettori siete interessati a come ci siamo incontrati e a come abbiamo lavorato, consiglio di visitare questo sito: http://www.spectropop.com/JackNitzsche/BobLindRemembers.html.

Sempre riguardo a quei due album, che tipo di suono stavate cercando? La mia idea è che furono un grande tentativo di portare il Muro del Suono di Phil Spector in ambito folk rock…

Te lo ripeto, non credere che io sia il tipo che si sieda a pensare come fare o non fare una cosa. Per quanto mi riguarda, non fu nulla come “cercare di…”. Fu semplicemente tutto istinto.

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Ben prima di John Prine, di Tom Waits, di Loudon Wainwright III o di Bruce Springsteen tu fosti etichettato come Nuovo Bob Dylan, probabilmente il primo di una lunghissima lista. Come ti sentisti all’epoca a essere chiamato così?

Quello è naturalmente il bacio della morte. Ovvio che rispettavo Bob Dylan, come chiunque che fosse nell’ambiente folk dell’epoca. All’inizio ho anche imitato il suo stile. Ma dopo che insisti, trovi il tuo modo personale di esprimerti. Oggi posso tranquillamente affermare che non vi sia molta gente là fuori che possa dire io assomigli in qualche modo a Dylan.

Perdona la curiosità tipica del fan: esiste quella famosa foto che ti ritrae con Neil Young, Stephen Stills e il resto dei Buffalo Springfield – qual è il background dello scatto? Fra l’altro, dopo che lavorò con te, Jack Nitzsche finì a lavorare sia con gli Springfield sia con Young – dobbiamo pensare che fosti tu il link fra loro?

Sai, all’epoca ci conosciamo e ci frequentavamo. Per esempio, io e gli Springfield avevamo lo stesso manager. No, non sono stato io a presentare Jack a Neil.

il 1966 fu il tuo anno – poi però passarono diversi anni prima di incidere un nuovo album: Since There Were Circles uscì solo nel 1971. Cosa accadde nel frattempo?

Molta droga e molto alcol.

Bob Lind con Richard Hawley in concerto a Londra – 2006

Bob Lind con Richard Hawley in concerto a Londra – 2006

Since There Were Circles è forse il tuo disco che preferisco: lo metterei tranquillamente nel reame dei classici perduti tipo di Fred Neil, di Vince Martin, di Cyrus Faryar o di Karen Dalton che sono certo tu conosci altrettanto. Come lo vedi decenni dopo la sua pubblicazione?

Non ho molta idea di come risponderti a questa domanda. Concordo che sia un album migliore rispetto ai due fatti con Jack per la World Pacific. Trovo che io canti meglio e più rilassato rispetto a Don’t Be Concerned e da Photographs Of Feeling. Mi rendo conto che adesso sia ritenuto un classico di culto. Ma non è certamente il mio favorito. A mio avviso non non si avvicina nemmeno un po’ ai due più recenti lavori che ho pubblicato. Comunque sì, conosco gli artisti che elenchi e devo proprio dire di sentirmi in buona compagnia stando accanto a loro.

In Since There Were Circles suona gente di grande calibro: vi sono special guest di Gene Clark e Doug Dillard mentre Bernie Leadon, che a breve fonderà gli Eagles, è il chitarrista di tutto il lavoro. Come ti venne in mente di coinvolgerli? Fu perché Doug Weston, fra l’altro famoso boss del Troubadour di Los angeles, era il produttore?

A quel tempo io e tutti loro semplicemente facevamo un sacco di party e suonavamo in continuazione. Durante quelle alcoliche jam session ci capitò diverse volte di suonare Sweet Harriet, così ci venne naturale incidere insieme il pezzo. Semplicemente pensai che non vi era nessun meglio di loro da chiamare per l’incisione. Ti confesso un piccolo particolare di quella registrazione: sedevamo tutti in circolo suonando insieme dal vivo, senza sovraincisioni. Suonavamo spontaneamente, e non era solo per via delle droghe. Alla fine del pezzo, quando faccio dello scat, semplicemente feci un lungo respiro e iniziai a improvvisare, senza pensarci.

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So che era un sodale di Charles Bukowski – addirittura lui si è ispirato a te per il personaggio del folksinger finito, Dinky Summers, nel romanzo Donne. Raccontaci del tuo rapporto con ui…

La gente dice che quel personaggio sia basato su di me ma la verità è che non mi sento come lui nemmeno un po’. Bukowski fu un poeta acuto e naturalmente eravamo compagni di bevute. Ma Hank, come tutti lo chiamavano nella vita, si sentiva come minacciato da qualunque altro scrittore. Se parliamo del romanzo, è vero che io e la mia fidanzata dell’epoca andammo a trovarlo al suo appartamento l’ultimo dell’anno che Hank descrive. E la sua compagna, Linda, che poi divenne pure sua moglie, era una fan dei miei brani. Penso che Bukowski provò molto fastidio per questo. Cosicché, quando scrisse dell’episodio, mi immaginò come quel rammollito, caricaturale hippie che trovi nel libro. Ti posso garantire che non ho mai avuto un cappello con scritto sopra “Dio è Amore” o qualunque cosa il personaggio Dinky Summers stesse vestendo nelle righe del libro. E altrettanto non mi sono mai espresso nella maniera ossequiosa che Dinky usa nel libro. Penso davvero che Hank fosse un grande scrittore ma nei suoi racconti e romanzi, se ci fai caso, tutti i suoi personaggi maschili o sono dei noiosi coglioni o degli adoranti lacchè. Per dirlo chiaramente: Dinky Summers non sono io.

Un vecchio amico di Bob Lind: Charles Bukowski...
Un vecchio amico di Bob Lind: Charles Bukowski…
Bob Lind in concerto con Jarvis Cocker
Bob Lind in concerto con Jarvis Cocker

Richard Hawley e Jarvis Cocker hanno davvero supportato la tua musica negli ultimi dieci anni: ti hanno raggiunto sul palco diverse vole, non hanno mai mancato di menzionarti durante le interviste, hanno mess le tue canzoni in compilation da loro stilate, i Pulp di Jarvis hanno addirittura un pezzo che si intitola Bob Lind. Come siete venuti in contato e soprattutto avevi idea di chi essi fossero prima di tutto ciò?

Accadde tutto intorno al 2005, appena dopo che decisi di tornare a far musica, quando ricevetti una mail di un tizio che si firmava Jarvis-qualcosa. Mi diceva che era un cantante e autore, frontman di un gruppo chiamato Pulp. Ti confesso che non sapevo chi fossero né lui né il gruppo, anche perché non conoscevo alcuno che li conoscesse. Mi disse: «Abbiamo appena registrato un pezzo che è decisamente nel tuo stile. Non abbiamo ancora un titolo da dargli, per il momento l’abbiamo chiamata That Bob Lind Song. Mi stavo chiedendo se per te andrebbe bene se la chiamassimo giusto Bob Lind». La cosa mi lusingò e mi fece piacere, e semplicemente gli risposi: «Sicuro!». Dopodiché non che ci abbia pensato molto. Passato qualche tempo, ho menzionato la cosa a qualche mio amico che era al corrente delle nuove tendenze musicali in giro per il mondo – tutti loro non potevano crederci! Tutti a dirmi se stessi scherzando! Uno di essi mi disse: «Jarvis Cocker e i Pulp in Inghilterra sono fra i nomi più rispettati. Lì sono delle vere stelle». Poco dopo prendo in mano una copia del magazine Uncut, dove un tizio chiamato Richard Hawley parlava degli artisti che più lo hanno influenzato a inizio carriera e vedo che mi menziona. Disse che ero uno dei suoi artisti favoriti! Anche per quanto riguarda Hawley, ho poi appreso essere molto famoso in Inghilterra ma, come per Jarvis, pure lui non sapevo chi fosse. Ancora grazie ai miei amici ho scoperto che la sua musica era gran cosa. Dopo tutto ciò, finalmente ci siamo conosciuti. Sono andato a trovarli in Inghilterra, abbiamo suonato insieme diverse volte e tutto quello che hai già ricordato tu. Ho un bel ricordo di quanto fatto all’End of the Road Festival. Che cosa posso dire di quei due? Non solo che sono gente di talento, come tutti già sanno, ma che sono pure fra le persone più disponibili che io abbia mai incontrato. Hanno davvero messo il cuore per promuovermi con un’audience a me sconosciuta e che mai avrei potuto raggiungere se non fosse stato per Richard e Jarvis. A entrambi devo molto, semplice.

Un’ultima domanda: com’è accaduto che oltre a Richard Hawley anche Dion abbia scritto le liner note per Magellan Was Wrong?

Dion è un altro artista che è incredibilmente semplice e disponibile. Tutti sanno che è una leggenda ma quando sei con lui la cosa non pesa per nulla. Dion sente e e capisce la mia musica – ed è sempre stato generosissimo nel promuovermi. Non sai quanto mi faccia piacere che anche per quest’album abbia potuto contare sul suo appoggio.

CICO CASARTELLI

ENGLISH VERSION TO FOLLOW…

First of all, can you explain us the title of your brand new album, Magellan Was Wrong?

Seems like as good a title as any. As you may have gleaned from listening to the album. One of he major themes is shattered aspirations – the painful awareness that our most treasured dreams have been, not “the substance of things unseen” but self-delusion and wishful thinking. Most of the songs, except for the last one, A Break In The Rain, are about the forming of unrealistic hopes, the consequences of holding onto them for too long, or how we deal with the realization that we expected too much. Blind Love gets to this idea (how easily we throw ourselves into the false promise of enduring romance). But Magellan Was Wrong may be the best example. Ferdinand Magellan was sure the world was round and dreamed that he could prove it by circumnavigating the globe. But the dream was too big for him. In the literal way, he was right. His expedition was successful. But in another, essential way, he was wrong. The dream killed him. Over all, it’s not a happy album.

How much of your classic sound you wanted to keep in Magellan Was Wrong? Compared to Finding You Again the sound landscape is more open – say, there are also several producers involved…

I don’t give much conscious thought to what I’m doing. I do my best to concentrate on presenting the songs intuitively, as honestly as I can. I really never think at all about my “classic sound” – only about how I can bring the most integrity and truth to each song. That’s part of the reason the songs have different producers. Jamie Hoover is a fantastic producer but his sensibilities are all wrong for a song like My Friend which is not a “pop” song. Greg Foat is a jazz man. His light, jazz touch was the right way to go for that one.

If I think about some of the numbers like The Outsider’s Dream and You Are Home, there’s a jazz feel quite strong and quite unknown to your previous work…

You have a good ear, Cico. Yes, my early songs were folk-based. But I have come to love and appreciate jazz more and more over the years. Again, I don’t think about these things consciously, but jazz chords and harmonies have been creeping into my more recent work.

Which are the songs of the new album you like the most and why?

You know this is an impossible question to answer. If I don’t love and believe in a song, I won’t release it. From a lyrics point of view, I mean with regard to word structure, I’ll single out three that I’m proud of. First, Never Even There is possibly my best lyric on the disc. It’s a concise, nutshell picture of some big ideas. First of all, it’s about the differences between the way women love and the way men love. Generally speaking, women like to bond with words, talk is important to them. Talking is just talking to many men. But again, generally speaking, women need conversation. Women will stay in a relationship for a long time. But when they finally sense that they’re not going to get what they need, they’re gone. and when they’re gone, they’re GONE. I think the song expresses that pretty well. Then, the Outsider’s Dream can still make me cry if I’m in the wrong mood. And I Turn to You is one of my best love songs.

This year makes ten years since the release of Live At The Luna Star Café, your come back album. What pushed you then to try again with music and how comfortable are you in the music business today?

Like every other artist, I want my music to be heard. I just don’t enjoy recording. I like performing. And I have NEVER been comfortable with the music business.

Let’s talk about your 60s records. How do you consider The Elusive Bob Lind? Verve Records did what, for instance, Columbia did with Simon And Garfunkel’s The Sound Of Silence or adding instrumentation behind your original vocal and guitar tracks, and I guess they did it without consulting you. How did you feel about it and how do you consider the album?

I don’t want to talk about that disgusting album. Everything about it makes me angry, sick or depressed. I’ve commented on it in other interviews. If you’re really interested you can Google them. I’ve said all I care to about it.

Your two album produced by Jack Nitzsche are considered true classics of the folk rock boom in the mid 60s. First of all, how did you end up working with Mister Nitzsche? And what is the memory you have of him?

Jack was brilliant. At least half the success of Don’t Be Concerned and of Photographs Of Feeling is due to him. Here’s something that might interest you with regard to Jack and me: http://www.spectropop.com/JackNitzsche/BobLindRemembers.html.

Still talkin’ about those two albums, what was the sound you and Jack Nitzsche were looking for? My personal feeling is that they were a great attempt to apply the Phil Spector’s Wall Of Sound into a folk rock context…

Again, you’re assuming I sat down and thought about this stuff. Speaking for myself, I wasn’t thinking out what sound to “go for.” It was all instinct.

Way before John Prine, Tom Waits, Loudon Wainwright III or Bruce Springsteen you were labeled as New Bob Dylan, probably the first one of a long list. How did you feel about it?

Naturally it’s the kiss of death. Of course I respected Bob Dylan. Everyone in the folk/acoustic genre did. And at the beginning, I probably even imitated him a little. But ultimately as we persist, we find our own voice. I don’t think there are very many people who would say I remind them of Dylan today.

One curiosity I have: there is that famous picture of you with Neil Young, Stephen Stills and the rest of Buffalo Springfield – what is the background of it? By the way, Jack Nitzsche ended up working with both the Springfield and Neil Young – were you the connection?

We all knew each other in those days. The Springfield and I had the same managers. But I didn’t introduce Jack and Neil.

1966 was your year – then for a new album you waited several years: Since There Were Circles came out only in 1971. What happened in the meantime?

A lot of drugs and alcohol.

Since There Were Circles is probably my favorite among your albums: I would put it in the realm of those magnificent lost classics by Fred Neil, Vince Martin, Cyrus Faryar and Karen Dalton that you probably know as well. How do you see it decade after its release and what was the background behind it? 

Not sure how to answer this. I do agree it’s a better album than the two World Pacific albums. My singing is better and I’m looser and more relaxed than on DBC and PofF. I realize it’s become a cult classic. But it’s by no means my favorite album. To me, it’s not even in the same league as the two newer ones, Finding You Again and Magellan Was Wrong. And yes, I’m aware of those artists you mention. You’ve placed me in good company.

On Since There Were Circles there is quite a backing band: special guest by Gene Clark and Doug Dillard and Bernie Leadon plays lead guitar all through it. How did you put them all together? Was it because of Doug Weston, by the way boss of the famous L.A. music club The Troubadour, was the producer of it?

Around that time, those guys and I used to drink and party and jam together. At these drug-and-booze-fueled jam sessions we would sometimes play one of my songs, Sweet Harriet. So when it was time to record the song, I naturally thought there would be nobody better to call onto the session. One little thing about that recording. We all sat in a circle and played it together and I sang it live – no overdubs. We were all playing out of our minds, and it wasn’t just chemicals. At the end of the song, when I do that scat, I just took a big breath and started improvising. I wasn’t thinking at all. Later, I listened back and realized that I did that whole phrase without pausing to breathe! It goes on and on and on. To this day I can’t believe I’m doing it in one breath.

I know you were pretty close with Charles Bukowski – he also imagined you as the washed-up folksinger character on his novel Women. Tell us about your relationship with him…

People say that character is based on me, but I’m nothing like him. Bukowski was a brilliant poet and indeed we were drinking buddies. But Hank, as people used to call him, was threatened by other male writers. The truth of it was that my girlfriend and I really did go over to his apartment that new years eve. And his girlfriend, Linda, later to become his wife, really did like my songs. Bukowski was bothered by that I think. So when he wrote about that night, he had to make me into this wimpy, caricature of a hippie. I never had a “God is Love” hat or whatever Dinky Summers was wearing in the book. And I never said all that fawning stuff he has Dinky say in the novel. I think Hank is a great poet but in his stories and novels, if you notice, all his male characters are either boring assholes or adoring sycophants. So the character is not me at all.

Richard Hawley and Jarvis Cocker really championed you music for many years now: they joined you on stage, they mentioned you in interviews many times, they put your music in compilations, Pulp named a song after you. How did you meet then actually? And were you aware of their music before to know them?

Sometime around 2005, right after I got back into music, I got an email from this guy named Jarvis somebody. He said he was a singer/songwriter and front man for a group called Pulp. I had no idea who he was. Very few people in America did. He said, “We’ve just recorded a song that is very much in your style. We don’t have name for it yet. We just call it That Bob Lind Song. So I’m wondering if it would be okay with you if we call the song Bob Lind.'” I was flattered and I didn’t see how it could hurt. So I wrote back and said “Sure.” I never thought much about it. But I mentioned it to some friends of mine who were very hip and aware of what was going on on the worldwide music scene. They couldn’t believe it. “Are you kidding?!” one of them said. “Jarvis Cocker and Pulp are one of the hottest groups in England. They’re huge stars.” Then later, I saw a piece in Uncut Magazine in which a guy named Richard Hawley was talking about the artists who had influenced him early in his career. He mentioned that I was one of his favorite artists/writers. Hawley was obviously a megastar but I had never heard of him. But my hip friends knew his work. And told me he was great. Of course after that, I connected with Richard and Jarvis and indeed, they ARE megastars. I went over to England, I got to know them and as you say, they’ve appeared onstage with me several times – most notably at the End of the Road Festival. What can I say about these men? Only that they’ve not only talented, everyone knows that, but they’re also two of the most down-to-earth guys I’ve ever met. they’ve been so incredibly helpful in promoting me to listeners I never would have been able to reach on my own. I owe them so much.

Last question: how come Dion wrote some of the liner notes for Magellan Was Wrong?

Dion is another artist who is unbelievably humble. He’s a legend but when you’re around him you’d never know it. He feels and understands my music and has been incredibly generous in helping me promote it. I am so honored to have his endorsement on my album.

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