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«Se gli Who avessero fatto un’unica canzone, My Generation, e niente altro, sarebbero comunque passati alla storia», non lo dico io ma qualche critico o addetto ai lavori di cui ora mi sfugge il nome ma che ha fatto decisamente centro.

La band inglese, anzi british, che più british non si può, inseparabili come sono dalla Union Jack, è entrata nella storia del rock in 3 minuti e 19 secondi, con quel geniale inno alla balbuzie e alla rivoluzione in cui esplodeva da subito e perfetta l’alchimia tra l’esuberanza vocale del frontman Roger Daltrey, l’estro compositivo naif di Pete Townshend, la furia percussiva di Keith Moon e il composto virtuosismo del bassista John Entwistle.

Bastava una canzone, sì, ma erano giovani, e non potevano accontentarsi.

Per essere certi di entrare di diritto tra le leggende della musica popolare inanellarono tutte le tappe necessarie per costruirsi un curriculum della perfetta rock band: ulteriori hits in classifica, l’investitura a guida spirituale e politica da parte di una generazione di giovani proletari tristi e grigi, la stesura nel 1969 di quella che è definita la prima opera rock (Tommy), una complicata esibizione a Woodstock, la proliferazione di leggende metropolitane su camere d’albergo esplose o date alle fiamme, tragedie di vario tipo tra cui una strage di pubblico a Cincinnati.

Casomai ci fossero stati dubbi sullo status mitologico della band, è arrivato poi Eddie Wedder, eroe di un’epopea musicale lontanissima dalla loro, a definirli il più grande gruppo dal vivo di sempre.

Poco non è.

In verità però la loro parabola creativa durò una decina d’anni, anche meno, spegnendosi (più per coincidenza nel loro caso) proprio all’esplosione del punk. Qualche manager con pochi scrupoli e meno idee ancora cercò non a caso nella fiamma del punk il comburente per riaccendere un fuoco spento mandando i ragazzi in tour con i Clash. D’altronde il No future! inno di Sex Pistols e sodali, era molto simile a ciò che loro già cantavano nel ’65, ma ormai i ragazzi avevano le polveri fradice soprattutto dopo che Keith, che era pazzo da legare ma anche il batterista più decisivo nel forgiare il suono di una band, morì da rockstar.

Era il 1978 e da lì fu tutta discesa forsennata verso il fondo del barile, tra scioglimenti, carriere solistiche meno che accettabili e quindi corse alle reunion e ai tour celebrativi. Sono passati quindi quasi quarant’anni dall’inizio della fine del gruppo e gli Who sono ancora qua, magari un po’ malconci ma salgono ancora sul palco, a prezzi esorbitanti, evidentemente con un po’ di confusione in testa sulla gestione di un marchio che è comunque leggendario.

Forse qualche indizio su come sarebbe finita si trovava già nelle loro canzoni e bastava leggere tra le righe, ne prendo giusto una manciata tra quelle più note:

My Generation (1965) – «Spero di morire prima di diventare vecchio!». Una delle promesse meno onorate di sempre. Daltrey e Townshend, ultrasettantenni, sono oggi qui a testimoniarlo. In questo caso il solo Moon è stato di parola, portandosi di forza con sé la credibilità della band.

The kids are alright (1966) – I ragazzi stanno bene? Beh oggi non proprio, due sono finiti ai più (dopo Keith anche John, ma con molta meno foga). Dei reduci uno è quasi afono e l’altro sordo, ma per avere superato i settant’anni, quasi tutti vissuti pericolosamente, non hanno di che lamentarsi.

Substitute (1966) – Da qualche parte nel mondo esiste una targa dedicata a Keith Moon che recita «Non esiste sostituto». Qualcosa vorrà pur dire.

GIANMARCO PARI

17 settembre, THE WHO, Casalecchio di Reno, Unipol Arena, via Cervi 2, ore 21. Info: 051 758758

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