Teho Terdo

 

Teho Terdo
Teho Terdo

 

Teho Teardo somiglia molto alla musica che suona. Musica con un’intensità e un rigore senza sconti, eppure aperta, curiosa, con un piede nella tradizione colta e uno nello spirito iconoclasta del punk. Musica che ti dice chi è, e da che parte sta.

Difficile trovare Teho fermo, ancor più difficile costringerlo in una formula o in una corrente. Vista dalla distanza, la cifra estetica che lega i suoi lavori si svela con chiarezza e coerenza sorprendenti. Siano musiche per il cinema (da Sorrentino a Roberto Faenza), per il teatro, o siano i suoi dischi di canzoni strane insieme a Blixa Bargel, il senso di Teho per il suono è un marchio inconfondibile. La ricerca sui timbri come un’idea pittorica, dietro il suono, un respiro di movimenti minimi e calibrati. Archi orchestrati intorno al vuoto e al silenzio; il ritmo sempre portato con una trasparenza quasi da elettronica. E melodie cicliche, figure seriali, un romanticismo che non passa mai il segno emotivo.

Teho ha le idee chiare, e le parole pure. Pane al pane, vino al vino, nessuna zona grigia. Gioca il suo gioco senza apparentarsi a nulla, men che meno a una moda, e intanto crea, passo dopo passo, uno dei percorsi più belli e profondi della musica italiana contemporanea. Un successo che le ottime recensioni per Nerissimo e il sorprendente filotto di sold out europei del tour con Blixa, hanno spostato ancora un gradino sopra.

Oggi, più che del successo, vorremmo parlare con lui di un paio di argomenti scomodi. Di come essere artisti italiani, nel mondo, ad esempio. Del perché sia così difficile. Vorremmo specchiare in questo suo successo il momento artistico della nazione, e del made in Italy sonoro. L’idea di essere un orgoglio tricolore, però, non pare stuzzicarlo molto. «Non faccio musica italiana, faccio musica. Non sono campanilista, non sono nemmeno un etnomusicologo e quindi non mi sento di dividere la musica per Paesi, io non rappresento nessuna nazione se non me stesso. Ho tutta la responsabilità di quel che pubblico».

Neppure la retorica del cervello in fuga in tempi di crisi pare essere appropriata. «L’Italia vive una crisi culturale tangibile a molti livelli, compreso quello musicale. Ci sono nicchie, compresa quella in cui mi ritrovo, ma mi sento solo lì dentro e così me ne vado ed estendo al mondo il mio cercare».

E, nonostante i lavori per il cinema e la stima di Morricone, la dimensione nostalgica della golden age perduta non pare essere la migliore in cui specchiare il proprio agire artistico. «Ci sono stati decenni straordinari in cui cinema, pittura, design e molto altro prodotto in Italia ha dettato le regole al mondo. Ma non ho nostalgia. Sono cicli, fasi, ora non è più così e sarebbe interessante fare i conti di questo declino, cercare di capirne le ragioni. Invece noto che quando si dice che non stiamo attraversando un momento stellare sono in molti a risentirsi, come se non si potesse parlare di declino».

Un declino a cui Teho ha dato la propria risposta, attiva. Creando pian piano il proprio pubblico, scrivendo la propria storia. Anche nel momento in cui tutto in musica sembra contrarsi, e polarizzare intorno all’ovvio. «Più di dieci anni fa John Zorn mi disse che vedeva ogni anno le cose ridursi: meno dischi venduti, meno concerti, cachet più bassi. Non è certo una novità e non riguarda solo l’Italia. Ma le avventure si devono inventare. Ad ogni musica spetta anche il ruolo di creare gli spazi adatti per poterla ascoltare. Pensa all’hardcore americano, sono stati i Fugazi e molti altri di quel mondo a creare un circuito nel quale proporre la loro musica, non il contrario. Sto lavorando per immaginare nuovi spazi con la mia musica. A volte funziona, altre no». Nel cinema, ha funzionato. «Anche il cinema è uno spazio, lo spazio cinematografico muta in continuazione, quello è uno dei luoghi in cui passa certa musica».

Intanto, i consensi per il disco e il tour di Nerissimo sembrano un piccolo grande miracolo di non-allineamento. «Blixa ed io non amiamo gli standard e quindi troviamo un pubblico che segue un certo tipo di cose. Vedo che il seguito sta aumentando e per noi è molto positivo. Questo album, come il precedente ha preso forma tra Roma e Berlino, il cuore è apolide. Dopo il primo album abbiamo cominciato a suonare moltissimo tenendo concerti in tutta Europa, ci è sembrato naturale continuare l’esperienza dato che sentivamo di avere altro da dire».

Le canzoni che nascono dall’incontro fra Teho e Blixa sono una cosa molto interessante. Canzoni ben poco ortodosse, composizioni che sembrano tenere a distanza tanto i cliché della canzone tradizionale che quelli dell’alternativa. Una casualità o uno studio attento? «Nè io né Blixa abbiamo un’esperienza in certa canzone, e quindi la nostra mi sembrava un’accoppiata interessante per occuparsi di canzoni. Il risultato non è certamente classico, ma a me intriga proprio per quello».

Una musica che fra le righe dello spartito sembra sempre partire e ritornare a un desiderio primo di creare immagini. Canzoni come sonorizzazioni di stati d’animo, dunque, per chiudere il cerchio con il cinema, il teatro e gli altri luoghi della musica? «L’utilizzo del termine sonorizzazione mi inquieta sempre un po’, evoca due tecnici in tuta da lavoro che montano pannelli fonoassorbenti a una parete. Esattamente come, spesso, vedo applicare musica alle immagini nel modo più prevedibile che si possa immaginare. Il rapporto tra musica ed immagini è delicatissimo, sottile, non si presta alla tuta da lavoro. Per quanto mi riguarda non ho una linea di confine tra il cinema, il teatro e la musica, per me si tratta di stabilire un rapporto sonoro con quanto le immagini raccontano. Non un commento».

Ancora domande scomode: Nerissimo è un lavoro che il mondo ha accolto con estremo favore. Ma come mai così tanta musica italiana evapora appena varca un qualsiasi confine, diventa irrilevante, non lascia il minimo segno? «Hai mai notato che tipo di strumenti musicali vengono utilizzati? Di solito quelli più scontati con il suono più banale. Tutti utilizzano gli stessi software, le stesse chitarre, effetti. C’è una massificazione che produce solo suono banale, in quantità. Dove vai da lì? Una buona parte di dischi stranieri non arriva nemmeno in Italia e non se ne parla proprio. L’invenzione infausta del rock italiano, ovvero una versione in italiano di musica straniera esattamente come i Dik Dik ed i Camaleonti facevano con le cover straniere negli anni ’60? Se non hai un tuo mondo da raccontare perché uno che vive a Londra o Bruxelles dovrebbe ascoltare il clone italiano quando può accedere direttamente all’originale?». 

Questi anni saranno anche ricordati, per la musica di casa nostra, come anni di ritorno a un’idea di canzone classica. Con il gioco della citazione sempre in primissimo piano, anche e soprattutto fra i più giovani. Un segno dei tempi? «Dischi italiani recenti sono ancora inchiodati a Mike Francis e Venditti. Potrai piacere qui, ma altrove chi può esser interessato a questo sguardo autoreferenziale dove si preferisce sempre stare al calduccio rassicurante delle citazioni piuttosto che mettere il naso fuori, avventurarsi dove non si è mai stati?».

Domanda scontata: su cosa sta lavorando Teho adesso? «Sto tornando a Londra per lavorare con Enda Walsh, il dramaturg con cui realizzai Ballyturk un paio di anni fa. Nel frattempo Enda ha lavorato con David Bowie per Lazarus ed anche per l’ultimo disco. Sarà intenso ribilanciare tutte queste esperienze per questa nuova avventura. Sto anche lavorando con Liliana Cavani, sempre per il teatro. Il portiere di notte resta uno dei miei film preferiti di sempre. A proposito di arte italiana che va in tutto il mondo…».

Ma quanto si mette a fuoco, e quanto si rischia di sfocarsi, a mettersi in gioco in così tanti campi diversi, ogni volta? «Non mi attrezzo diversamente se lavoro a un film o a un album. Resto sempre io, lì, che cerco di far succedere qualcosa davanti ad un microfono acceso».

 

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