Prometeo: Architettura, Compagnia Simona Bertozzi-Nexus - foto Renzo Zuppiroli
Prometeo: Architettura, Compagnia Simona Bertozzi-Nexus - foto Renzo Zuppiroli
Prometeo: Architettura, Compagnia Simona Bertozzi-Nexus – foto Renzo Zuppiroli

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Il luminoso cortile del Collegio Venturoni di Bologna accoglie il pubblico, lo spazio è ampio e sul fondo è impossibile non notare un caprone, una scultura bianca che compare imponente ad attirare l’attenzione, un elemento che appartiene al palazzo, ma che diventerà parte della coreografia di Simona Bertozzi, Prometeo: Architettura.

Presentato nell’ambito del Festival Danza Urbana, Prometeo: Architettura è il quinto dei sei quadri dedicati al mito di Prometeo, una ricerca sulla possibilità di tradurre la technè in esercizio potente e rigoroso dell’agire – come dichiara la stessa coreografa – e farne luogo di condivisione, di socialità, di criticità. Una riflessione sulla danza e sulla sua natura di pratica corporea tesa alla vitalità umana e alla produzione di un alfabeto complesso di possibilità di scambio e coabitazione.

Il quinto episodio si colloca perfettamente nel contesto del Festival, quest’anno giunto alla sua ventesima edizione: la coreografia infatti prende vita in uno spazio cittadino, all’interno di un palazzo settecentesco e si adegua alle sue forme. L’architettura allora diviene ispirazione e stimolo per la creazione e allo stesso tempo completezza per quello spazio altrimenti vuoto.

Ne nasce così un lavoro geometrico, basato su regole quasi scientifiche, che disegna figure perfette che ricordano teoremi matematici, ma che allo stesso tempo si interroga sul caso, sull’impossibilità di prevedere il futuro, sulla necessità umana. E così come Prometeo si opponeva al Dio Zeus, che tutto decideva, la coreografia è una reazione alla forza, quella stessa energia, che porta avanti l’esistenza, e che forse non ci è permesso conoscere.

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Prometeo: Architettura, Compagnia Simona Bertozzi-Nexus - foto Andrea Nanni
Prometeo: Architettura, Compagnia Simona Bertozzi-Nexus – foto Andrea Nanni

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La sette giovanissime interpreti si distribuiscono con i loro corpi lungo le linee guida dello spazio aperto: con movimenti ripetitivi, a volte continui e altre discontinui, si intrecciano, si toccano, diventano una massa unica, per poi separarsi nuovamente. La loro è una corsa per rincorrere qualcosa, un invito a muoversi, a lasciarsi trascinare dal ritmo che incalza, uno sforzo, che sembra volutamente risaltare nella danza.

Solo alla fine questo affanno diventa parola, quando la più piccola delle interpreti, che sembra un arciere, in piedi sopra al Caprone sul fondale, pronuncia quasi sussurrando la frase che probabilmente spiega la loro corsa incessante verso l’incognito: “Della necessità chi è che tiene il timone”.

Riaffiora così il mito di Prometeo, il semidio che dona il fuoco agli uomini, che viene punito per aver intralciato i piani di Zeus, o del fato, quella forza inspiegabile che ci lega con forza e trascina negli eventi.

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SILVIA MERGIOTTI

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