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Che la musica irlandese e derivati abbiano facoltà di scaldare i cuori è un dato di fatto: basti pensare a Van Morrison, ai Thin Lizzy, a Christy Moore/Planxty/Mooving Hearts, a Gavin Friday/Virgin Prunes, ai Waterboys di Fisherman’s Blues, ai Pogues, a Damien Rice, agli U2, ai Dubliners, Glen Hansard/Frames, a Bob Geldof/Boomtown Rats, ai Clancy Brothers, a Mary Coughlan, agli Undertones, ai Chieftains, a Sinéad O’Connor, a Paul Brady, a Enya/Clannad e chi ne ha più ne metta. Però è anche vero che quella che divenne una grande industria musicale, con apice ovviamente negli anni Ottanta/primi Novanta, negli ultimi lustri abbia subito un lento, inesorabile declino. Tant’è.

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È con queste premesse che accogliamo l’arrivo di Ben Glover, che dopo l’esperienza dello sorso anno con gli Orphan Brigade, trio visto anche dai noi in concerto qualche mese fa, adesso dà alle stampe il suo settimo album solista: The Emigrant. Un titolo che dice molto: lui che da buon irlandese dei «mille che navigano attraverso l’Oceano occidentale», per dirla coi Pogues e il loro brano-capolavoro Thousands Are Sailing, ha messo radici nella music city per antonomasia, Nashville naturalmente, dove appunto ha registrato il nuovo sforzo così come, peraltro, alcuni dei precedenti. Un album che di certo non inverte la tendenza della musica irlandese ma il quale, nel proprio piccolo, scalda i cuori – eccome se lo fa. Ben è chiaramente un folkie, uno di quelli che sono fortemente convinti che imbracciando una sei corde si può cambiare il mondo – e bisogna dargli atto che il magnetismo è dalla sua.

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The Emigrant è un disco che mostra il Ben capace di connettersi con un passato di grande tradizioni e il Ben l’autore. Il primo davvero sfavilla quando si confronta con traditional quali The Green Glens Of AntrimThe Parting GlassAnd The Band Played Waltzing Matilda, questa quasi otto minuti piano e voce che non fanno rimpiangere i Pogues che lo incisero trent’anni fa per gioia e lacrime di molti, The Auld Triangle, che sembra il Bono Vox di quando qui e là si toglieva lo sfizio di darsi al folk della sua Terra, e Moonshiner, splendida ode ai contrabbandieri degli Appalachi che prima il giovanissimo Bob Dylan e poi gli Uncle Tupelo già incisero nel granito – senza scordare il bell’acquerello tutto pathos From Clare To Here, tratto dallo splendido repertorio del folksinger inglese Ralph McTell. L’album, in ogni caso, non è solo cover visto che Ben Glover non sfigura affatto anche mentre sfodera la sua penna, come accade quando sul piatto girano Heart In My Hand, scritta con Mary Gauthier, e A Song Of Home, che non sbagliate se per un attimo vi fa pensare al Bruce Springsteen che mandava saluti da Asbury Park, New Jersey. Ah, questi marinai irlandesi che son ovunque in giro per il mondo – e che non smettono mai di farsi sentire forte e chiaro!

CICO CASARTELLI

BEN GLOVER – The Emigrant (Appaloosa/I.R.D.)

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