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Diciamolo: è bello che nella musica si sia di parte! Vi piacciono da morire i Clash, Elvis Presley, i Genesis, Serge Gainsbourg o i Pixies? Fate solo bene a dirlo, a giocare a carte scoperte, a infervorarvi. Perché questo incipit? Semplice, perché qui dei Pretty Things siamo letteralmente degli esaltati, dei veri talebani in punta di penna: non solo di quelli anni Sessanta che erano gli assoluti idoli di Jimmy Page, di David Bowie e di David Gilmour e non solo quelli (magnificamente) hard rock che per volere di Pagey e di Peter Grant finirono alla corte dei Led Zeppelin alla Swan Song – no, qui siamo proprio malati, e riteniamo che il run di album della reunion cominciata a inizio anni Novanta e mai più interrottosi sia veramente roba seria, travolgente e senza compromessi. Altro che revival! Il revival è roba per i brit-popper o per grunger modello arena rock! Se solo si prende in mano l’ultimo pubblicato, l’assatanato The Sweet Pretty Things (Are in Bed Now, Of Course…) (2015), si capisce che questi settantenni inglesi che la storia del rock l’hanno scritta nel granito sono ancora on fire, come si dice Oltremanica.

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Poi capita di vederli dal vivo, tipo alla Loggia del Leopardo di Vogogna (Verbania), giusto tra il Lago Maggiore e il Monte Rosa: è la fine del loro tour italiano lungo una settimana in alcuni club che pare essere andato bene, a livello di affluenza. Naturalmente non grazie al 99% dei media che ovviamente non ne hanno parlato ma grazie al passa parola dei fan – che vale molto di più. E nel caso dei Pretty Things si capisce perché molto in fretta: gente, Dick Taylor ha fondato i Rolling Stones mentre Phil May, per dire, è sempre stato indicato da David Bowie come il modello di frontman cui il Duca Bianco si è rifatto fin da ragazzino negli anni Sessanta (tanto che nel tempo ha scritto ben due pezzi dedicati al gruppo, Oh! You Pretty Things e The Pretty Things Are Going To Hell, nonché inciso due loro classici nel grande cover album Pin Ups del 1973) – e vista la potentissima, contagiosa grinta che ci mettono ancora adesso non vorremmo che qualche facilone di cui sono pieni web e giornali-fanzine magari li facesse passare per delle vecchie cariatidi mentre parlano del “vicino di casa” come dell’ottava meraviglia del mondo.

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I due cuore & anima dei Pretty Things (un giorno, quando le censura non interverrà, finalmente tradurremo il vero significato del nome…) sono circondati da un bella pattuglia di sidemen, con menzione particolare per il chitarrista/armonicista Frank Holland, che fa il loro gioco com’è giusto che sia: un perfetto delirio che centrifuga beat, blues, psichedelica, garagehard rock, pop di grandi ambizioni, glam, proto prog – in poche parole, tutto quello che ha fatto grandi questi intramontabili dandy del proletariato londinese.

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Sul palco la band, nonostante i settanta e passa anni dei due leader, non si è minimante risparmiata – quanto trascinata alla grande proprio da May, non una sola incertezza alla voce, e Taylor, macchina di riff come garantiamo ne abbiamo sentite poche di tale livello. Il resto è un repertorio fatto di vera eccellenza: fra la nuovissima The Same Sun e classici indistruttibili come Don’t Bring Me Down e Rosalyn, fra i ritagli della rock opera S.F. Sorrow (1968) e l’inaspettata b-side del 1967 Mr. Evasion, fra un set acustico di veri brividi con I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters e l’ammaliante originale dedica (Blues For) Robert Johnson e il cristallino beat di Midnight To Six Man e di L.S.D., fra l’hard rock d’alta scuola Rain e la psichedelica in technicolor Defecting Grey, fino alle esaltanti cover messe qui e là come Big Boss Man (Jimmy Reed), I Wish I Would (Billy Boy Arnold) e Mama Keep Your Big Mouth Shut/You Can’t Judge A Book/Mona/Who Do You Love/Road Runner (Bo Diddley, che nella scala dei valori PT evidente va santificato massicciamente) – ecco, tutto questo ha composto il puzzle di una serata veramente indimenticabile al cospetto di uno dei più grandi gruppi inglesi di sempre. E dopo i primi cinquant’anni di carriera, state certi, Phil May e Dick Taylor sono carichi a pallettoni anche per i secondi cinquanta.

CICO CASARTELLI

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