Frida Kahlo, Autoritratto come Tehuana, (o Diego nei miei pensieri), 1943

 

Frida Kahlo, Autoritratto come Tehuana, (o Diego nei miei pensieri), 1943

Un po’ come Pina di Wim Wenders questa mostra, nel bene e nel male, pare pensata a uso e consumo di chi non sa nulla, o quasi, degli artisti in questione.

Nel caso del documentario del 2011 dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch provammo una certa qual delusione: immagini oltremodo patinate e un montaggio ad effetto, finanche estetizzante, che nulla aggiunsero alla conoscenza del Mito che già da anni coltivavamo attraverso innumerevoli letture e visioni.

Per l’esposizione bolognese la curatrice Gioia Mori ha scelto la massima chiarezza, articolando un percorso che, pur proponendo anche opere di María Izquierdo, David Alfaro Siqueiros, Rufino Tamayo e Ángel Zárraga, mette al centro la relazione, e l’opera che in vari modi ne è derivata, tra Frida Kahlo e Diego Rivera.

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Diego guarda Frida mentre dipinge ‘Autoritratto al confine’, 1932

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Ci siamo avvicinati a questa proposizione da neofiti, per pura curiosità intellettuale, non sapendo nulla dei due artisti, a parte la vulgata di una donna irsuta e passionale con gravi problemi di salute, da lei tradotti in coloratissime immagini, e dell’indole ribelle suo più vecchio e celebre marito.

L’esposizione non ci ha regalato punti di vista particolarmente inusuali o sorprendenti, ma ha approfondito e articolato le sommarie informazioni in nostro possesso. E non è poco.

Le opere in mostra a Bologna appartengono alla Collezione Gelman, nata nel 1941 «quando Jacques Gelman e Natasha Zahalkaha, due emigrati dall’Est Europa, si incontrano e si sposano a Città del Messico: Jacques era un ebreo russo di San Pietroburgo, trasferitosi in Francia dopo la rivoluzione d’ottobre e arrivato nel 1938 in Messico, dove fa fortuna producendo i film comici di Mario Moreno, il Charlie Chaplin messicano. Nel 1943 Jacques commissiona a Diego Rivera il ritratto di Natasha: è l’inizio di una lunga avventura e di una grande Collezione».

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Frida Kahlo, L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949

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«Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego»: la celeberrima citazione dai diari di Frida informa di sé lo scheletro della mostra, che con limpide didascalie narra le passioni (erotiche e politiche), i successi, le sofferenze, i ripetuti matrimoni e (reciproci) tradimenti di Frida Kahlo e Diego Rivera.

Video, abiti, la camera da letto di lei: tutto concorre a un allestimento affatto leggibile e variegato, di facile e piacevole fruizione.

Per parte nostra, siamo usciti da Palazzo Albergati con tre cose da ricordare.

La prima. Il più curioso dei tradimenti di Frida. Con il rivoluzionario russo Lev Trockij, di quasi trent’anni più vecchio di lei e non esattamente un Adone: per far dispetto a Diego.

La seconda. Frida ha allestito la sua prima personale nel tempio surrealista di New York, la Julien Levy Gallery. La brochure della mostra ha un testo nientemeno che del teorico del surrealismo André Breton. Nel titolo Frida Kahlo (Frida Rivera) traspare la preoccupazione di sottolineare che Frida sia “la moglie di”. Un po’ come Filippo Tommaso Martinetti con Giannina Censi, come i dadaisti berlinesi con Hannah Höch: il maschilismo è un infestante duro da estirpare, anche per i grandi rivoluzionari delle Avanguardie storiche. 

La terza. L’ultimo quadro di Frida, dipinto nel 1954 poco prima di morire, rappresenta alcune succose angurie. Si intitola Viva la vida. Nonostante tutto.

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MICHELE PASCARELLA

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Fino al 26 marzo 2017 – Bologna, Palazzo Albergati, Via Saragozza 28 – info: palazzoalbergati.com

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