Jean-Michel Basquiat, Autoritratto, 1981

 

Jean-Michel Basquiat, Autoritratto, 1981
Jean-Michel Basquiat, Autoritratto, 1981

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Bello, talentuoso e maledetto: morto a 27 anni per «un cocktail fatale di stupefacenti», a partire dal docu-film New York Beat Movie di Edo Bertoglio del 1981 (con Jean-Michel Basquiat protagonista nel ruolo di se stesso) passando dal più celebre Basquiat di Julian Schnabel del 1996 sono molte le occasioni per avvicinare questo artista-leggenda.

Una di esse è la mostra milanese a lui dedicata al MUDEC – Museo delle Culture di Milano, meritevole di essere vista per almeno tre motivi.

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LUOGHI

Le oltre cento opere esposte (tra dipinti, disegni e oggetti, realizzati tra il 1980 e il 1987) sono scandite da sezioni legate ai vari studi in cui l’artista ha lavorato: una scelta efficace per ribadire come l’ambiente sia uno degli elementi costitutivi di ogni fare umano, artistico e non.

A tale proposito vale riportare alcuni nitidi frammenti del ricco catalogo della mostra.

Lo studio nella strada

1980-1981

Jean-Michel Basquiat divenne famoso anzitutto per gli enigmatici graffiti concettuali realizzati sia da solo sia in coppia con l’amico Al Diaz e firmati SAMO, che cominciarono ad apparire nelle strade di SoHo e del Lower East Side di New York nel 1977. Molte delle prime opere furono dipinte su finestre e porte che trovava abbandonate per strada. Avevano per soggetto l’energia e la cacofonia delle strade di New York: sirene di ambulanze, incidenti d’auto, insegne per “All-Beef Hot Dogs”, griglie tracciate per terra sui marciapiedi per giocare a “campana” (skelly). Parole e lettere, spesso impiegate in senso astratto, si mescolano alle immagini. Lavorando sul pavimento di appartamenti di amici e nella strada stessa, Basquiat aveva già creato una notevole quantità di opere prima ancora di avere uno studio o i soldi per comprarsi il materiale.

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Jean-Michel Basquiat, Senza titolo, 1981
Jean-Michel Basquiat, Senza titolo, 1981

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“Modena Paintings”

maggio 1981

La prima esposizione personale di Basquiat fu organizzata in Italia nel maggio 1981, a Modena, dal gallerista Emilio Mazzoli. Basquiat presentò la mostra non con il proprio nome, ma con l’acronimo SAMO. Nei lavori della mostra gli echi della strada sono molto presenti: Basquiat accentua l’uso della bomboletta spray e alcuni caratteri tipici dei graffiti, come la visione frontale e la veloce linearità dei contorni delle figure.

Lo studio di Prince Street

1981-1982

Molti dei lavori più iconici di Basquiat furono dipinti nel seminterrato della galleria di Annina Nosei in Prince Street, a SoHo. In occasione della preparazione della personale di Basquiat che si sarebbe svolta presso la sua galleria nel 1982, Nosei invitò l’artista a usare il seminterrato come suo primo studio vero e proprio. A questo proposito è nata la leggenda dell’artista sfruttato in un’umida cantina e obbligato a sfornare dipinti da vendere ai collezionisti che venivano portati giù a vederlo lavorare; ma in realtà si trattava di un bellissimo spazio, con il soffitto alto e finestre a battenti che facevano entrare la luce naturale. Avrebbe potuto essere un ottimo posto per lavorare, se Basquiat non fosse stato continuamente infastidito dai collezionisti entusiasti che scendevano nello studio in continuazione, insistendo per comprare i suoi quadri prima ancora che egli avesse l’opportunità di contemplarli e di decidere che erano effettivamente compiuti.

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Jean-Michel Basquiat, Senza titolo (Yellow Tar and Feathers), 1982
Jean-Michel Basquiat, Senza titolo (Yellow Tar and Feathers), 1982

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Lo studio di Crosby Street

1982-1983

Annina Nosei aiutò Basquiat a trovare un loft al primo piano del n. 151 di Crosby Street, a pochi isolati di distanza dalla galleria, dove potesse lavorare senza distrazioni. Lì riceveva molte meno visite senza preavviso dai collezionisti, ma poiché Basquiat era forse l’unico della sua cerchia a disporre di uno spazioso e ben fornito studio con abitazione, vi capitavano spesso amici e perditempo. Basquiat escogitò il particolare telaio con listelli visibili agli angoli nel punto di incrocio che caratterizza molti dei lavori più notevoli tra quelli realizzati nel loft di Crosby Street. Basquiat lavorava spesso con il televisore acceso e sintonizzato su programmi di cartoni animati; il movimento delle figure lo ispirava, diversamente da altri artisti, abituati a ritrarre modelli dal vivo.

Lo studio di Great Jones Street

1984-1988

L’importante amicizia e collaborazione di Basquiat con Andy Warhol spinse quest’ultimo ad affittargli un’antica rimessa per carrozze in Great Jones Street, nel quartiere di NoHo. Tra i molti talenti di Warhol vi era anche uno speciale fiuto per i buoni affari immobiliari; l’edificio di Great Jones Street era una delle numerose proprietà alquanto inusuali che aveva acquistato. Lo studio dove Basquiat dipingeva era a pianterreno; al primo piano, dove si trovava anche la camera da letto, era solito lavorare a disegni di dimensioni più ridotte.

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Jean-Michel Basquiat, Procession, 1986
Jean-Michel Basquiat, Procession, 1986

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TASSONOMIA

Contraddicendo la vulgata di un artista tutto “genio e sregolatezza”, l’esposizione milanese dà l’occasione di incontrare alcune interessanti serigrafie che intrecciano biografia, anatomia e, appunto, tassonomia.

Ancora, dal catalogo: Durante una convalescenza in seguito a un incidente stradale subito quando aveva otto anni, Basquiat ricevette in regalo dalla madre il celebre manuale di anatomia di Henry Gray. I libri sono sempre stati per l’artista fonti inesauribili di immagini, di parole, di stimoli di ogni genere, ma questo in particolare avrà un’influenza fondamentale nella sua opera. Dagli studi e dagli scritti di Gray egli assimilerà elementi di anatomia incorporandoli nei propri lavori. A Gray Basquiat alluderà anche quando nel 1979 costituirà una sua band, composta da elementi bianchi e neri, chiamandola appunto “The Gray”. Il suo interesse per gli studi anatomici e per il corpo umano è inoltre rivelatore di una preoccupazione per i vari aspetti della condizione umana; la figura umana, stilizzata o evocata, è del resto uno dei soggetti principali dei suoi lavori. Ma la rappresentazione reiterata dell’anatomia umana significa per Basquiat pure una tensione verso la conoscenza, un volere andare all’essenza e scavare alle radici, coerentemente con la ricerca delle proprie mitiche origini nere. Nel suo primo esperimento con la stampa seriale Basquiat decide appunto di rappresentare particolari anatomici, realizzando, nel 1982, la serie Anatomy, in cui frammenti ossei e parole paiono galleggiare su un fondo oscuro.

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Jean-Michel Basquiat, Anatomy, 1982 @ MUDEC - foto di Carlotta Coppo
Jean-Michel Basquiat, Anatomy, 1982 @ MUDEC – foto di Carlotta Coppo

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COLLABORAZIONI

“Collaboration Paintings”

1984-1985

Il gallerista di Basquiat, Bruno Bischofberger, propose a Basquiat, Francesco Clemente e Andy Warhol di realizzare una serie di dipinti in collaborazione. Dopo che i tre artisti ebbero creato circa quindici quadri in questo modo, Basquiat e Warhol insieme diedero inizio a quella che sarebbe divenuta una delle più notevoli collaborazioni della storia dell’arte moderna e contemporanea. I dipinti venivano creati nello studio di Warhol in Union Square. Basquiat era solito arrivare in tarda mattinata o nel primo pomeriggio, e spesso i due artisti facevano ginnastica con un istruttore prima di accingersi a dipingere. Le tele venivano disposte sul pavimento dello studio ed era Warhol che si occupava delle fasi iniziali del procedimento, stendendo il colore di fondo e aggiungendo un’immagine serigrafata o dipinta a mano. Basquiat incoraggiò Warhol a ritornare alla pittura a pennello dei suoi primi lavori; Warhol, a sua volta, spinse Basquiat a servirsi di serigrafie e materiale stampato, ma in realtà Basquiat aveva fatto uso di fotocopie e tecniche di stampa sin dall’inizio. L’interazione tra la stampa e la pittura a mano era centrale per la visione artistica di entrambi. Quando Warhol aveva finito di disporre le sue immagini, subentrava Basquiat, aggiungendovi e sovrapponendovi le proprie. A volte la collaborazione si protraeva per diverse sedute. L’interazione tra i due artisti aveva una certa affinità con il modo in cui i musicisti jazz dialogano tra loro, improvvisando reciprocamente l’uno sui temi introdotti dall’altro, ma aveva anche qualcosa del combattimento di due pugili sul ring. La mostra dei dipinti realizzati in collaborazione da Basquiat e Warhol, che si svolse nel 1985 alla galleria di Tony Shafrazi, fu pubblicizzata con un manifesto, rimasto famoso, in cui i due artisti sono ritratti in guantoni da boxe.

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Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat, 1985 - foto di Michael Halsband
Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat, 1985 – foto di Michael Halsband

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Il catalogo della mostra è ancora una volta utile a sintetizzare la lungimiranza che ha spinto i due artisti a fare un passo a lato da se stessi.

Un buon insegnamento, da portarsi a casa.

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MICHELE PASCARELLA

 

Fino al 26 febbraio 2017 – Milano, MUDEC – Museo delle Culture – info: mudec.it

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