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Le ingiustizie, specie quelle involontarie, nel mondo della musica non si contano: ai soliti straccia classifiche tipo Rolling Stones, Bruce Springsteen, Cat Stevens oppure U2 corrispondono sempre dei Pretty Things, dei Warren Zevon, dei Nick Drake oppure degli Associates che commercialmente hanno raccolto briciole – diremmo fallimentari. È la storia, bellezza – non possiamo farvi nulla, se non non sottolineare l’incongruenza. E Alejandro Escovedo di questi raccoglitori di briciole di grandissimo talento e sicuri risultati artistici ne è l’emblema degli ultimi almeno tre decenni: Boss, Tom Petty e John Mellencamp con arene piene, album sempre in classifica e copertine dei giornali, mentre il chicano ex True Believers nisba – concerti in piccoli locali, dischi venduti solo a un ristretto circolo di aficionados e giornali che devi spulciarli a fondo per trovare dove ne parlino. Cosa che accadrà anche questo nuovissimo Burn Something Beautiful, ahinoi.

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Alejandro Escovedo con l'ex R.E.M. Peter Buck, co produttore di Burn Something Beautiful
Alejandro Escovedo con l’ex R.E.M. Peter Buck, co produttore di Burn Something Beautiful

L’album è l’ennesimo di una serie che non ha visto cedimenti ma è sempre stata dalla parte della grande musica. Chiusa la recente, grande trilogia prodotta da Tony Visconti (David Bowie, T. Rex), il musicista gioca un altro asso giacché il nuovo lavoro è prodotto da due vecchi amici di scuola anni Ottanta come Peter Buck (R.E.M.) e Scott McCaughey (Young Fresh Fellows e appunto storico sideman dei R.E.M.): a sessantacinque anni suonati alla grande, la voglia di mettersi in gioco è ancora molta – ma soprattutto è ammirevole. Il resto lo fanno i cinquanta minuti per tredici numeri incisi come sempre con quella qualità che sembra essere il segreto di Alejandro: per trovare il più credibile e serio erede di Lou Reed non bisogna cercare nei bassifondi di New York né rifarsi ad atteggiati alternative tutti moine – bisogna cercare in Texas dalle parti di Austin e suonare il campanello dove trovate scritto Escovedo. E bizzarro che sembri, si può dire la stessa cosa anche di un altro compagno di musica texano come James McMurtry – strana landa, quella.

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Già dall’introduttiva Horizontal si capisce che Buck & McCaughey hanno capito come produrre Alejandro: chitarroni arcigni fra gli Stooges, gli Spiders From Mars e i Mott The Hoople, con il protagonista che rantola a piacere la sua ennesima grande storia. Della stessa pasta Shave The Cat, che accelera fra riff spinto e sax insinuante, e Beauty Of Your Smile che sanno di glam in inedito formato Texas. A proposito di Lou Reed: segnatevi Beauty And The Buzz, splendida ballata dolente tutta spigoli, Johnny Volume, messa tutta Velvet Underground di chi la sa lunga e bene, oppure Thought I’d Let You Know, inquietante talkin’ modellato a forza fra Transformer (1972) e Sally Can’t Dance (1974) – roba che gli amanti dello scomparso Uomo in Nero di New York apprezzeranno al volo.

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Burn Something Beautiful, comunque, è bello da sentire anche per come mischia le carte rispetto ai solidi tòpoi già citati. Prendi Redemption Blues, e hai delle belle dodici battute tese e piene di spine, prendi Farewell To The Good Times, e hai quella Rickenbacker che squilla per mano di Peter Buck sfrecciante fra Byrds e R.EM. primigeni, prendi I Don’t Want To Play Guitar Anymore, e hai qualcosa che suona magicamente Phil Spector/Ronettes. Ultimo avviso ai naviganti: pare proprio che a Marzo ’17 Alejandro Escovedo sarà sugli schermi italiani protagonista di un tour nei locali e nei teatri. A breve ulteriori buone nuove.

CICO CASARTELLI

ALEJANDRO ESCOVEDO – Burn Something Beautiful (Fantasy/Concord Music)

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