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Quando si è controcorrente nel DNA: prendiamo i Gallon Drunk, gruppo inglese che quando debuttò era l’epoca del ribollire brit-pop, del Blur-ismo e della screamadelica – loro no, sembravano arrivare da un altro pianeta o, se volete, da un’altra dimensione. Giocavano con il lato oscuro, con l’estetica del leggendario romanzo noir Il mio nome era Dora Suarez di Derek Raymond (che peraltro musicarono proprio con l’autore), non sembravano nemmeno inglesi ma degli apolidi maudit come i loro ispiratori Lydia Lunch e i Bad Seeds di Nick Cave.

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James Johnston del Gallone Ubriaco è il leader e per una volta abbandona la nave per darsi a un progetto in proprio, ossia il debutto solista The Starless Room. Ce n’è voluto di tempo perché James facesse il passo di un disco tutto suo: oltre che con i Gallon, prima lo abbiamo goduto come sideman accanto ai già citati Lydia e Nick nonché proprio in questi mesi con la PJ Harvey del magnifico Hope Six Demolition Project, sia in studio sia dal vivo. E sarebbe davvero un gran peccato se quest’opera passasse sotto silenzio poiché è un gran bel lavoro di musica non banale bensì di quelle intime e viscerali, capace in un sol colpo di dieci brani che profumano di Leonard Cohen così come di Phil Spector, di Lee Hazlewood così come di Scott Walker, di David Bowie così come della soul music più barocca (Mavin Gaye, Isaac Hayes).

James Johnston con PJ Harvey
James Johnston con PJ Harvey

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Gallon Drunk
Gallon Drunk

Johnston racconta che The Starless Room è frutto di un lungo periodo di lavorazione – e non stentiamo a crederlo, per come il tutto suona cesellato e dove il particolare fa la differenza. Non sfuggirà ai fan del gruppo madre come l’artista si sia volutamente distanziato del sound GD – ed è un pregio, altrimenti non avrebbe avuto senso togliersi lo sfizio di fare un disco solo. Qui vi è meno rabbia semmai la carta giocata è quella della dolenza, musicalmente parlando: immaginiamo che se Johnston dovesse suonare da solo, non assisteremmo a quell’uragano incontrollato che sono lui, Terry Edwards e gli altri quando mettono piede su un palco. Il resto lo fa un disco che di grandi pezzi ne regala diversi: dal gospel Dark Water che forse ancora vivo Ray Charles potrebbe farci un pensierino al suono fat fra cori e archi di I’d Give You Anything, dalla ballata praticamene piano e voce When The Wolf Calls alla stessa title track tutta pathos e romanticismo, Starless Room è davvero un album di quelli che non ti aspetti. Forse perché è toccato attenderlo decenni? Benarrivato, allora.

CICO CASARTELLI

JAMES JOHNSTON – The Starless Room (Clouds Hill)

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