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Mettiamola così: Trixie Whitley è una tizia che fin da piccina la musica l’ha masticata nel profondo, grazie a un padre come il povero Chris Whitley – che molti sono pronti a porre molto alto nelle classifiche dei migliori talenti che la musica americana ha prodotto negli anni Novanta, giusto accanto a un Jeff Buckley, per dire. La ragazza, pur figlia di…, è riuscita a imporsi e, anzi, a lanciarla dopo la classica gavetta fatta di tanti bar, è stato nientemeno che Daniel Lanois, il famoso produttore di tante star che già due decenni or sono fu il Pigmalione di Chris: i due hanno dato vita addirittura a una band, i Black Dub, durati lo spazio di un gran bel disco nel 2010 e di un tour. Dopodiché, per Trixie è giunto il momento di spiccare il volo da sola.

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Il concerto al Biko di Milano è il suo debutto da noi – e pertanto vi era molta curiosità di vederla in azione. Curiosità soddisfatta: eccola che presenta i suoi due lavori, l’ottimo Fourth Corner (2013) e il recente ma meno efficace Porta Bohemica (2015) – ai quali bisogna aggiungere alcuni singoli/EP pubblicati in precedenza e la nuovissima antologia di inediti Sway (Outtakes & Live Tracks). La ragazza è sbarazzina, le leggi in faccia che quello che vuole lo sa bene cosa sia – come dice il testo di un suo brano, è un hotel senza nome, come appunto quelli che ospitano chi ha scelto la vita on the road. E dal vivo Trixie conquista, senza indugi.

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L'italiano Giovanni Ghioldi – ottimo opener del concerto...
L’italiano Giovanni Ghioldi – ottimo opener del concerto…

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Dopo la convincente apertura del Giovanni Ghioldi – finalmente non il solito cantautore italiano depresso ma un tizio con personalità, che ci ripromettiamo di approfondire al più presto – arriva Trixie e, nonostante sia priva di band che la raggiungerà per la le altre date europee (solita Italietta-etta-etta al risparmio?), per un’ora abbondante vince e convince. Il set è solido, tutta grinta e belle canzoni, comprese quelle che in Porta Bohemica tendono a un pop forse troppo cesellato dal vivo prendono seria quota: un po’ Jeff Buckley, un po’ Page & Plant all’osso blues, un po’ Rainer Ptacek, un po’ il suo gemello Rocco DeLuca (anche lui protettissimo di Lanois) e ovviamene un po’ il padre. In poche parle, la Whitley è un’esserina tutta nervi e woman power che conosce il groove primordiale e sa riempire di nuance e voli pindarici fra chitarra, piano e clapping belle canzoni quali New Frontier (nel disco vanta come ospite Yuka Honda delle Cibo Mato, fra l’altro), South Corner, la strepitosa Hotel No Name che si libera liricissima fra Buckley Jr e Whitley Sr, l’accorato lamento alle tastiere The Visitor, fino al gridato sussurro interiore Morelia. Fate bene, insomma, se pensate che Trixie Whitley sia una piccola, grande certezza della recente musica americana.

CICO CASARTELLI

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