Motus, Raffiche - foto di Luca Del Pia

Motus, Raffiche - foto di Luca Del Pia
Motus, Raffiche – foto di Luca Del Pia

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Doppia, ma breve, introduzione ad uso dei non addetti ai lavori.

Prima parte: chi.

Motus è una «Compagnia nomade e indipendente, in costante movimento tra Paesi, momenti storici e discipline» fondata nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, artisti che hanno ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui tre premi UBU e prestigiosi premi speciali. Portano i loro spettacoli nel mondo.

Seconda parte: cosa.

(dal sito web della Compagnia)

«Raffiche nasce da una impossibilità: quella di riallestire Splendid’s di Jean Genet a distanza di quattordici anni dalla “storica” interpretazione Motus, con un cast di sole donne. Le regole dei copyright internazionali prevedono il rispetto del sesso dei personaggi, così come essi sono indicati nei copioni. Anche quando si tratta di un autore come Genet, che per tutta la vita ha propagandato la necessità della metamorfosi, del tradimento e dell’ambiguità. Da questo sorprendente diniego è esploso il desiderio di lavorare sul tema dell’identità e della rivolta, del rifiuto di aderire a un preconcetto ossequio alla divisione della realtà in maschi e femmine. Un testo originale di Magdalena Barile e Luca Scarlini parte dalla stessa situazione narrativa (un gruppo di rivoltosi/e assediati/e in un albergo, di cui rimane il nome, e solo quello, in omaggio allo scrittore francese) per raccontare identità mutanti e sovversive, creature che hanno sospeso per sempre la volontà di definirsi. Figure che hanno a lungo usato la performance come forma di attivismo politico e che ora, in una situazione di minaccia e incalzante persecuzione da parte delle potenti lobby conservatrici, sono passate a una lotta di altro tipo, hanno imbracciato il mitra, ma senza rinunciare alla loro naturale eleganza, per affermare “un’altra” visione della società, senza ruoli prestabiliti e controlli eterocentrici. Uno spettacolo per suites d’albergo, che mette in scena, vicinissimo agli spettatori, quasi a portata di tocco, il fiato acre ed eccitante della rivoluzione, gli odori sexy delle streghe transmoderne, che non solo sono tornate, ma restano con noi a fare da controcanto a preconcetti, stereotipi e divieti».

Fine della doppia, ma breve, introduzione.

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Motus, Raffiche - foto di Luca Del Pia
Motus, Raffiche – foto di Luca Del Pia

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Raffiche è stato allestito a Bologna all’interno di una suite in un hotel di lusso, il Carlton, nell’ambito di un importante Festival (VIE) nonché di un progetto speciale, Hello Stranger, che la città ha dedicato a Motus per celebrarne i venticinque anni di attività. Tra i proteiformi possibili sguardi su quest’opera insolita e intrigante, ci si vuole ora soffermare brevemente sul «contratto con lo spettatore» che essa propone.

Circa duecento anni fa (era il 1817, ad esser pignoli) l’inglese Samuel Taylor Coleridge coniò l’espressione «sospensione dell’incredulità» o «sospensione del dubbio» («suspension of disbelief», diceva lui), prerequisito necessario a godere, o almeno a incontrare, una qualsiasi «opera di fantasia».

Va detto: due secoli or sono Coleridge inventò il nome, non certo la cosa. Un esempio fra i mille, illustri o meno: nel Quem quaeritis (Chi cercate?), primigenia forma di dramma liturgico che segnò una delle molte rinascite della teatralità medievale, il contesto era tale per cui i partecipanti alla liturgia pasquale non potevano non credere che le pie donne davanti a loro fossero davvero le tre Marie che si recano al sepolcro di Cristo e lo trovano vuoto.

In quel caso, è vero, forse non si può parlare propriamente di teatro, perché chi guarda è presente -e sa di esserlo- non come pubblico, bensì in quanto fedele: si tratta di particolari declinazioni della cerimonia religiosa realizzate a fine divulgativo/pedagogico, non di azioni teatrali come le si intende (e fruisce) oggi. Qualunque credente che abbia assistito (o, appunto, partecipato) a un presepe vivente conosce perfettamente tale differenza.

Casagrande e Nicolò, in Raffiche, con la pazienza e la cura di monaci benedettini maneggiano la (in)credulità dello spettatore, intrecciando e spiazzando le usuali categorie percettive.

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Motus, Raffiche - foto di Luca Del Pia
Motus, Raffiche – foto di Luca Del Pia

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Secondo Umberto Eco per capire cosa accade quando parliamo di cani, gatti, mele o sedie, abbiamo bisogno di categorie, che gli schemi cognitivi ci aiutano a creare: per attribuire un significato a qualcosa bisogna riuscire a inquadrarlo, a metterlo in una cornice, a dargli un’etichetta. Uno dei modi, nel mondo dell’arte, per inquadrare un’opera è collocarla in un determinato genere: è una nozione da tutti noi continuamente utilizzata, anche se spesso in maniera inconsapevole, come strumento per individuare caratteristiche testuali a cui riferire significati. Quando andiamo al cinema, ad esempio, sappiamo che stiamo vedendo un melodramma, un western, un horror, un classico, un moderno, un postmoderno, un action movie o chissà che altro, e, a partire da questa etichetta possiamo, ad esempio, valorizzare il film proprio a partire dall’individuazione di una variazione, di uno scarto, rispetto al genere in cui lo abbiamo incasellato.

Raffiche forza, interroga, proprio questo meccanismo.

Le otto attrici in scena (Silvia Calderoni, Ilenia Caleo, Sylvia De Fanti, Federica Fracassi, Ondina Quadri, Alexia Sarantopoulou, I-Chen Zuffellato e una strepitosa Emanuela Villagrossi) costruiscono con precisione una macchina scenica del tutto “credibile” (per quanto possa esserlo, nel senso sopra accennato, un film di gangster). A cadenze irregolari l’esatto dispositivo creato da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò volontariamente si inceppa: nega tale verità, la smonta dall’interno, denunciando/dimostrando alfine l’impossibilità della rappresentazione. Scene concitate e “realistiche” che sfumano in balletti, che a loro volta diventano pulsazioni ritmiche, che tornano a proporsi come scene concitate e “realistiche”. Corpi sapientemente disposti nello spazio che valgono come significanti senza (o prima di ogni) significato. Raffiche si sostanzia di ciò che Hans-Thies Lehmann ha definito «dispositivi post-drammatici»: frammentazione, incompiutezza, discontinuità, simultaneità, sospensione del senso, opacizzazione dei segni.

Il tutto è intriso di una sublime, salvifica ironia: termine da intendersi sia nel senso socratico di presa di distanza (in questo caso propriamente linguistica) da ciò di cui si tratta, sia nel senso comune di un meccanismo scenico intelligentemente divertente.

«Tu confondi l’estetica con la cosmetica», «Non siamo cattive, è che ci disegnano così»: Raffiche intreccia riferimenti diversi, Alexander Gottlieb Baumgarten e Jessica Rabbit, Pulp Fiction e Michel de Certeau. Mandando finalmente all’aria la sedicente separazione fra cultura alta e bassa, fra pop e accademia.

Finalmente.

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MICHELE PASCARELLA

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Visto all’Hotel Carlton di Bologna il 19 ottobre 2016. 

Lo spettacolo sarà allestito al Grand Hotel di Rimini dal 5 al 7 gennaio. Chi può, vada.

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