Il professor Eugene Ardeche è un insegnante di lettere in una scuola media a Les Izards, una banlieu francese, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Gli studenti che ha di fronte ogni anno sono un crogiolo di razze, culture, religioni, storie di vita. Rappresentano, allo stesso tempo, l’Europa multiculturale e le varie forme di marginalità presenti in molte delle nostre città.

Ardeche è interpretato da uno dei nostri migliori attori, un affabulante Fabrizio Bentivoglio, in buona forma anche se leggermente sottotono rispetto alle sue potenzialità espressive. La parte più convincente dello spettacolo è il suo lungo monologo iniziale, con il quale, all’inizio dell’anno scolastico, ci presenta, uno ad uno, i suoi allievi, senza ancora averli incontrati, semplicemente immaginandoli. Forte della sua esperienza trentennale, individua alcune tipologie umane ricorrenti, di cui descrive i tratti caratteriali e psicologici e, perfino, la posizione che occuperanno nella classe. Ad ognuno di essi affibbia un soprannome, un’etichetta, che li identifica con precisione: il “raffreddato”, ossia l’eterno freddoloso, che va a piazzarsi nel banco più vicino al termosifone alla disperata ricerca del caldo; “panorama”, il romantico perennemente con la testa fra le nuvole, che si sceglie il banco “con vista sul mondo”, cioè quello accanto alla finestra; l’“invisibile”, cioè l’anonimo, il silenzioso, l’inerte, che fa di tutto per non farsi notare; il “boss” della situazione, che comanda con placida tranquillità, affiancato da suo “bodyguard”, esagitato e violento; la “rassegnata”, pronta al ruolo di capro espiatorio e la “missionaria” che le sta accanto, pronta a condividere tutto. E poi, ancora, la “falsaria” abilissima nel far credere quello che non è e di cui diffidare sempre.

In questo lungo monologo emerge anche la disillusione di un intellettuale chi fa sempre più fatica a credere nella funzione pedagogica del suo lavoro. Ma anche il cinismo e il paternalismo di chi pensa di poter racchiudere il mondo all’interno delle proprie concettualizzazioni, che possono anche diventare pregiudizi. Pur con la consapevolezza, dichiarata alla fine del monologo, di poter commettere uno sbaglio, ma non più di uno per anno scolastico, nelle sue fulminanti caratterizzazioni.

L’anno scolastico inizia, con le sue classiche vicissitudini e i suoi conflitti. In particolare emergono le difficoltà dell’integrazione del melting pop etnico, linguistico, religioso (e persino alimentare) della sua classe, all’interno dell’aula, un luogo che, secondo la nozione di laicità propria della Francia, dovrebbe essere laico e neutro. Anche in questa parte della rappresentazione non vediamo gli alunni di Ardeche. A comparire sulla scena sono i loro genitori. Si affacciano nel studio del professore Ardeche nell’ora di ricevimento, dalle 11 alle 12 del giovedì. Attraverso le micro-storie rappresentate ci vengono descritti alcuni dei problemi tipici delle periferie e del confronto e convivenza tra le diverse culture. Questa parte dello spettacolo risente a nostro giudizio di un limite, quello di indulgere in facili luoghi comuni e in caratterizzazioni semplicistiche (ad esempio nell’episodio della gita scolastica, che presenta lo scoglio, quasi insuperabile, di organizzare un pranzo compatibile con le prescrizioni alimentari proprie delle diverse religioni).

Nel finale Ardeche ritorna solo sul palcoscenico. È il momento della consapevolezza di una personale sconfitta: uno dei suoi “invisibili” ha scritto, con la sua vita, un copione ben diverso di quello prefigurato dal suo petulante professore.

Stafano Massini è probabilmente il drammaturgo italiano più importante delle nostre scene. È l’autore di testi importanti, rappresentati in tutto il mondo. Deve molto della sua fama alla scoperta da parte di Luca Ronconi, che ha diretto, nella sua ultima regia, la sua acclamatissima Lehman Trilogy (ora ripubblicata da Mondadori in una nuova ed estesa versione letteraria in versi). Con i suoi testi ha raccontato, con grande efficacia, alcuni dei problemi del nostro tempo. Ricordiamo in particolare la rappresentazione del mondo operario, nella sua lotta per la difesa dei diritti conquistati in un secolo di lotte, in 7 minuti (con Ottavia Piccolo e la regia di Alessandro Gassmann; un testo portato anche al cinema da Michele Placido). L’ora di ricevimento si colloca pienamente all’interno di questa ricerca, tesa al racconto delle contraddizioni della nostra epoca, anche se brilla con luce più offuscata di altri testi. Con un brutto gioco di parole, ci pare una descrizione troppo scolastica del mondo della scuola. Un’occasione parzialmente mancata.

L’ora di ricevimento, di Stefano Massini
Regia di Michele Placido, con Fabrizio Bentivoglio
Visto al Teatro Rossini di Lugo il 2 febbraio 2017

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