La poesia del teatro si può trovare sia in un gesto di un clown,  sia in un monologo, sia in una cerimonia olimpica,. Il lavoro del regista Daniele Finzi Pasca, direttore della compagnia che da lui prende il nome è centrato sul ritorno ad un teatro che mescola sapientemente i generi – acrobazie,  musica e teatro di prosa –  per ritrovare l’intesa empatica tra attore e pubblico.

L’ultimo lavoro scritto e diretto da  Finzi Pasca Bianco su Bianco racconta la tragicomica storia di Ruggero, una vita fatta di lutti, soprusi e maltrattamenti,.

Daniele Finzi Pasca, regista, autore, attore e coreografo, di origini svizzere, ha lavorato con il Cirque du Soleil e realizzato coreografie per importanti eventi, come le Olimpiadi di Torino e di Sochi. Negli anni ha ideato una sua personele visione del teatro che ha definito con l’espressione il “teatro della carezza “.

“La nostra compagnia è nata quando eravamo ragazzi, ora sono più di trent’anni che lavoriamo assieme, siamo 50 membri permanenti, prevenienti da circa 18 paesi differenti. – spiega Daniele Finzi Pasca –  Il teatro della carezza è un concetto che potremmo definire legato all’empatia. Il teatro ha una grande forza che consiste nella possibilità di creare un ponte, un dialogo con il pubblico, oppure allo stesso tempo è capace di realizzare immagini senza la necessità della parola pronunciata. L’empatia secondo noi consiste con il concetto di attore che dialoga con il pubblico, attraverso la parola o con i movimenti. Il teatro di carezza è quindi l’espressione di questa empatia a cui cerchiamo di dare vita con i nostri lavori”.

In “Bianco su Bianco” è fondamentale la figura del clown, che significato ha per lei?

Per la nostra compagnia il termine clown è legato all’accezione che aveva nel teatro shakespeariano, ovvero quella di un attore che dialoga principalmente con il pubblico. Con la compagnia avevamo appena terminato di dirigere due cerimonie olimpiche, due progetti esageratamente giganteschi e monumentali; avevo quindi bisogno di tornare al teatro, a una dimensione più piccola. Ho così unito gli stessi attori con i quali avevo lavorato per questi enormi progetti in un piccolo luogo, per provare a trovare insieme la semplicità, a riscoprire i codici teatrali più intimi: così nasce Bianco su Bianco. La clowneria è allora legata a una tradizione di teatro di parola, che però non si allontana dalla dimensione performativa fisica, e mantiene come fondamento il rapporto dell’attore col pubblico.

Perché l’uso del colore bianco, a cominciare dal titolo?

Nella clowneria classica ci sono i tre colori fondamentali: bianco, rosso e nero. Tornando indietro inoltre nella cultura, nel paleolitico tutti i graffiti che ci sono arrivati sono tutti realizzati in massima parte con questi fondamentali colori. Il bianco spesso è simbolo per esempio di lutto o guerra imminente, sono colori che arrivano da antichissime tradizioni.

Anche il bianco quindi potrebbe essere letto come un ritorno alla semplicità, o alle origini primordiali?

Più esattamente in questo spettacolo il bianco può essere inteso come la partenza. La nostra compagnia proviene da una tradizione di teatro di creazione, partiamo da una pagina bianca, da un’idea, un’intuizione per cominciare a tracciare un percorso. Il bianco è un’allusione al vuoto da riempire.

SILVIA MERGIOTTI

 

6 marzo, Russi (RA), Teatro Comunale, via Cavour 10,  ore 20,45, Info: 0544 587690, www.comune.russi.ra.it  

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