La messa in scena di Valerio Binasco si inserisce all’interno del rinnovato interesse per l’opera di Pasolini, in occasione del quarantesimo anniversario della sua tragica e violenta morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il 1° e 2 novembre del 1975. Lo spettacolo ha infatti visto il suo debutto in occasione del Festival di Spoleto, nell’estate del 2015. Porcile è un dramma in versi, articolato in undici episodi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1967. Da questo testo è stato tratto, nel 1969, l’omonimo film. Porcile, al pari delle altre opere teatrali scritte da Pasolini, è un cupo e desolato ritratto della borghesia capitalistica, mostrata nelle sue corruzioni morali e politiche e nel suo incessante trasformismo.

 

 

La storia si svolge in Germania, nell’estate del 1967, e si sviluppa su due piani. Il primo è incentrato sui tormenti interiori del venticinquenne Julien, il rampollo di una ricca famiglia di industriali, nel passato compromessa con il nazismo. Vive in una inspiegabile apatia ed accidia, è un figlio né obbediente, né rivoluzionario. Non si identifica nel mondo e nei valori dei genitori, ma non riesce a sentirsi coinvolto dai movimenti di contestazione dei giovani borghesi come lui (una forma diversa di conformismo). Respinge il corteggiamene della giovanissima Ida, che lo invita inutilmente a partecipare alla marcia per la pace che si terrà a Berlino. Gli parla di un segreto inconfessabile (“Perché se tu mi vedessi un solo istante come sono in realtà / scapperesti terrorizzata a chiamare un dottore / se non addirittura un’ambulanza”). Gli dice che è innamorato, ma non di lei. Che mai l’oggetto di una passione amorosa è stato così infimo, e che quindi è costretto a viverla nel segreto. Che attraverso gli atti di questo amore segreto riesce ad immergersi con gioia e naturalezza nella vita, andando oltre ogni costrizione sociale o politica. Questa scintilla di vita pura Julian la trova nell’amore e nel sesso con i maiali del porcile paterno.

 

Io devo entrare nella vita, per evitarla

nei suoi aspetti più meschini, quelli sociali,

quelli a cui io sono legato prima per nascita…

e poi per obbligo politico, conservazione o rivolta…

Esclusi dunque tutti questi aspetti, mi resta da affrontare una vita pura, solo…

bella o terrorizzante… senza mai mezzi termini (…)

Della realtà io ho dunque escluso

tutto ciò che è mio obbligo

Che cosa resta?

Tutto ciò che non mi appartiene.

Che non è ereditario, o possesso padronale,

o naturale dominio almeno dell’intelletto:

ma, semplicemente, un dono. Prima di tutto la natura.

 

Il secondo piano narrativo racconta degli intrighi degli adulti (che mostrano la profonda corruzione della classe borghese). Il padre si propone di contrastare un suo rivale negli affari, il perfido Herdhitze, svelando la sua partecipazione all’Olocausto. Quest’ultimo lo ricatta con le foto del figlio nel porcile. Si mettono d’accordo fondendo le rispettive imprese. Mentre festeggiano (evocando le immagini dei grossi maiali con i quali Grosz aveva ritratto i ricchi borghesi), una delegazione di contadini annuncia la tragedia che si è appena compiuta davanti ai loro occhi: Julian divorato dai maiali. Di lui non è rimasto nulla, “un dito, un ciuffo di capelli (…) un pezzo di stoffa, una suola di scarpa”, niente, neppure un bottone.

 

 

Quello di Pasolini, secondo Luca Ronconi (che più volte ha portato in scena i suoi testi), è un teatro dimostrativo, caratterizzato da una estrema urgenza di dire, la quale si traduce in una proliferazione di parole e dialoghi (“…è un teatro di confessioni, un teatro che ha un carattere esibitorio, anche esasperato; i personaggi sono come ossessionati dal bisogno di spifferare tutto (…). Non ci sono motivazioni psicologiche per tutto questo parlare; spesso si dicono ciò che non è necessario dire, che non è necessario dire all’interlocutore ma che evidentemente l’autore vuole far arrivare al pubblico (..) i personaggi diventano dei tramiti della sua volontà d’autore di arrivare direttamente al pubblico, senza la mediazione del palcoscenico”). Da qui il tono fortemente concettuale e intellettualistico dei testi, la valenza fortemente simbolica dei personaggi e delle situazioni, il forte effetto di straniamento (i personaggi sono resi in modo anaffettivo, fino ad assumere tratti parodistici). Il rifiuto delle tecniche proprie del teatro rischia di tradursi, secondo Ronconi, in un approccio semplicistico, in seguito all’aggiramento di quella che è la caratteristica principale del teatro, la costruzione drammaturgica e lo spessore drammaturgico dei personaggi. (si veda l’intervista raccolta da Walter Siti, nell’introduzione al Meridiano dedicato al teatro di Pasolini).

La scelta di Binasco è quella di presentare una versione popolare del teatro di Pasolini. Pur rimanendo sostanzialmente fedele al testo (solo leggermente semplificato, e con la sola espunzione dell’episodio con il lungo dialogo onirico del protagonista con il filosofo Spinoza), Porcile è trasformato in un dramma, “una storia che sia empatica e capace di dare emozioni, non solo a livello estetico o filosofico”. Essendo un regista di “storie”, combatte con l’approccio straniante con cui è stato scritto il testo e con in quale Pasolini avrebbe voluto fosse rappresentato, per introdurre anche “un clima di tenerezza umana, di pietà e persino di verosimiglianza” (le frasi di Binasco sono tratte da una intervista raccolta da Graziano Graziani, pubblicata il 5.11.2015 sul blog minima&moralia).

 

 

Questa trasformazione (Binasco ha parlato di una vera e propria lotta contro Pasolini) si sviluppa attraverso due vie. Da un lato, prendendo sul serio l’intreccio, la storia (anche nei suoi elementi più inverosimili), sviluppandola nei suoi elementi realistici e mettendo in secondo piano le metafore, i simboli e gli intenti declamatori di denuncia politica. In secondo luogo attraverso il notevole lavoro svolto sugli attori, volto ad umanizzare i personaggi : Julien non appare, come in altri allestimenti, una sorta di eroe romantico che lotta contro il mondo borghese da cui proviene, ma un essere sperduto, per il quale si prova tenerezza, che vive la sua diversità in modo tragico e disperato, come una colpa inconfessabile; i genitori sono raffigurati con tratti grotteschi, che di loro mettono in luce, oltre che la ristrettezza dell’orizzonte morale e lo squallore dei traffici, la debolezza, l’incapacità di comprendere e di comunicare con il figlio.

 

Porcile diventa, in questo modo, un dramma familiare, con il sentimentalismo proprio dei drammi borghesi. L’operazione condotta da Binasco è stata contestata da alcuni critici: si è parlato di un Pasolini edulcorato, si è detto che mai il Pasolini dei drammi teatrali avrebbe cercato la compartecipazione emotiva degli spettatori. Non condividiamo queste critiche, i testi teatrali vivono e continuano a parlarci attraverso le riletture dei loro interpreti. Pasolini probabilmente avrebbe detestato questa messa in scena – ammette lo stesso Binasco – eppure essa riesce a mostrarci, con maggiore semplicità ed immediatezza, il dramma dei suoi personaggi.

 

Di questa rappresentazione resta impressa la bellezza delle scene, pur nella loro estrema semplicità. Un palco sostanzialmente spoglio, e un fondale su cui vediamo le immagini stilizzate di un colonnato e di un bosco di betulle (quelli di una villa signorile). Nei cambi di scena tra un episodio e l’altro, le colonne si trasformano nelle pieghe di un sipario che si chiude. Colpisce, soprattutto, la bravura degli attori. Su tutti, Francesco Borchi, un Julien dalla capigliatura bionda e dalla pronuncia blesa, estenuato e quasi impalpabile, sopraffatto dalle sue inquietudini, e, nel ruolo di Herdhitze, un Fulvio Cauteruccio che riesce a personificare il male. La notevole riuscita del progetto di Binasco dipende soprattutto dall’equilibrio nella capacità interpretativa degli attori.

Dario Zanuso e Aldo Zoppo

 

Visto al Teatro Bonci di Cesena giovedì 2 marzo 2017

 

In tournée:

23 e 24 marzo all’Arena del Sole di Bologna

7 aprile al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola

8 e 9 aprile al Teatro Storchi di Modena

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