Buio, nebbia, un suono continuo. Un corpo obliquo entra trascinandosi appoggiato a un bastone, una lunga asta che sarà supporto dell’intero spettacolo e che inizialmente sembra essere il remo di una barca: avanza un traghettatore proveniente dal regno dei morti e tra il nero del fondale spicca solo il rosso sangue degli abiti.

“Père attends, attends, attends!”. È Cédric Charron, meraviglioso performer, interprete ormai storico della compagnia di Jan Fabre, che parla a un microfono, rivolto verso il pubblico e con lo sguardo verso qualcos’altro.  C’è un uomo davanti a lui, è suo padre, ormai morto, che si allontana di spalle: non lo vediamo, ma percepiamo la presenza. La stessa presenza ingombrante di un genitore che pur scomparso non lascia libero il figlio, un pensiero che continua ad assillare la mente di Cédric mentre cerca di accompagnarlo alla sua tomba, un dolore che l’interprete manifesta nel corpo.

Attends, attends, attends… (pour mon père), spettacolo di Jan Fabre, visto alla Triennale Teatro dell’Arte di Milano lo scorso 3 marzo, è un dialogo con la morte e allo stesso tempo una dichiarazione di vitalità. È la ricerca di affermazione da parte del figlio, la scoperta della propria natura, quella di danzatore e attore, che lui stesso finalmente rivela al padre. È una fuga e un ritorno continuo al proprio nido, un rifiuto della propria carne, che è la famiglia; una frenesia di sentimenti resi da continue cadute e ascese, la tensione verso la realizzazione: vivere per “percepire l’eleganza dell’inutile”.

Un’ambivalenza che si rispecchia nei movimenti, a volte morbidi e altre violenti, che si intersecano in un’accumulazione di gesti: piccoli scatti, posizioni tenute, contrazioni, estensioni, che esplodono  con l’incalzare del ritmo, per poi tornare indietro. È un viaggio attraverso l’Ade, una danza disperata e faticosa, dai tempi dilatati che però non lasciano mai rilassare lo spettatore. Cédric è con il suo corpo il centro assoluto della narrazione, un disegno fisico intervallato dalla parola, attraverso il quale mette in scena un vero e proprio rito funebre.

L’interprete è allo stesso tempo bestia ferita e accusatore, vittima del padre che mai lo ha compreso ma anche il suo Caronte, colui che lo accompagna alla morte. Una performance che diventa lo spazio temporale in cui si materializza un conflitto generazionale, quello tra due entità diverse e tra i differenti momenti della vita vissuti: quello della crescita e della scoperta, in essere nel figlio, e quello della negazione, la discesa e la fine, incarnato dal padre. Due posizioni opposte lontane e tra esse compare l’arte, il teatro: quella di Cédric diventa allora anche una dichiarazione d’amore per il lavoro del suo regista, un ricordo del loro incontro e il racconto di una necessità che non può essere soffocata.

SILVIA MERGIOTTI

 

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